Il Blog di Simonetta Caminiti. Quello nuovo!

“Il Nobel eurocentrico”, e la “scrittura impegnata”

Pubblicato il ottobre 13, 2019

«Il poeta sa bene che nel suo destino può esserci la tolda di una nave affollata da marinai che lo scherniscono, ma al suo volo non rinuncia. Lo scatto con cui si libra è l’emozione, la sua avventura è gioia ma anche agonia con la parola, dunque fatica nella ricerca del lògos. E in questa avventura la sua vita non è più strozzata, i circuiti della sua umanità non sono ostruiti, la sua tensione si attenua e man mano si placa. […] È  da ritenere priva di senso la distinzione fra poesia “impegnata” e poesia della rinuncia. Anzi, pur con qualche doverosa eccezione, bisogna riconoscere che gli esiti più alti sono in genere raggiunti da quegli autori che non si muovono sul terreno dell’impegno ideologico».

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Così scriveva… mio padre. (E ci sarà a un suo libro a testimoniare presto questa visione così mistica, pura e incredibilmente originale e intelligente, in questo panorama per il quale e nel quale, se non “militi”, ti si consiglia di appendere la penna al chiodo… No comment).

“To mix art with politics, he held, was to adulterate it”, osava Virginia Woolf.

Bene. Ma che direzione ha preso, da decenni e decenni, in questo senso, l’Accademia svedese? Conosco le trasmissioni di Sabrina Faller (RSI – Rete Due) solo dallo scorso giugno, perché ho avuto il privilegio di intervenire su suo invito all’interno di un approfondimento su Cime Tempestose. L’occasione per scoprire che, secondo me, non esiste spazio radiofonico in cui si affrontano così vivacemente e veramente le “cose della letteratura”. In questa puntata di “Laser”, Sabrina Faller si confronta con Francesco Cataluccio Flavia Foradini proprio a proposito dell’assegnazione del doppio premio Nobel di quest’anno: alla scrittrice polacca Olga Tokarczuck, e a Peter Handke. Forse, due emblemi molto diversi (opposti, addirittura? per qualche verso sì) di ciò che provavo a dire con la citazione di mio padre. Forse.
Per chi volesse farsene un’idea:
https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/laser/Il-Nobel-eurocentrico-12173581.html?fbclid=IwAR3BxW6HrHEwmHzNVhFtpxVs-sg8LsjDJCEQziqj5OhvBgDyPMCRqwkSRrw

 

 

L’Eternità

Pubblicato il ottobre 11, 2019

“Si accorse che al mondo c’era qualcos’altro oltre le speculazioni della Sorbona e i versi di Omero, che l’uomo ha bisogno di affetto, che la vita senza tenerezza e senza amore non è che un ingranaggio arrugginito, stridulo e cigolante” .

(VICTOR HUGO – NOTRE DAME DE PARIS)

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Quanti uomini al mondo hanno veramente realizzato questo? Che la letteratura, la cultura è fondamentale, ma solo se istruisce, per quanto possibile, su come si affronta l’esistenza? Solo se illumina una via… il cui unico senso è l’amore che si dà e si riceve? Che si dà, l’amore che si dà, specialmente.
Queste cose, e moltissime altre, ha provato a insegnarmi mio padre. Uomo di lettere straordinario, e incarnazione della Tenerezza. Intelletto impossibile da possedere, giacché autenticamente libero, in una società nella quale chiunque si autodefinisce tale e quasi nessuno lo è veramente. Queste cose… troppe cose, ha provato a insegnare a una figlia tanto cocciuta che le più importanti le sta afferrando (solo afferrando, per la verità), da quando lui non è qui.

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“Ha il calore che tu davi a me. E mi sembra di stare in braccio a te…”

(Anche questa, una vecchia canzone di Gianni Meccia che ha titolo Il pullover, mi ha lasciato lui).

Io non credo che tra sei giorni sarò nelle condizioni per condividere nulla al riguardo. Ma… tra sei giorni, sarà finito il primo anno di mio Padre nel recinto infinito della Eternità. Un anno in cui ho imparato che l’Eternità è qualcosa di vivo, vicino, trasfuso nel nostro presente in senso invincibile, per fortuna. Invincibile, per chi così ha amato: e per chi, come lui, come noi, è stato amato tanto.

“Miss Abbastanza” con tanto amore

Pubblicato il ottobre 9, 2019

Diana si prepara alle librerie. 

Sulle foglie gialle, le raffiche di vento (un vento robusto che scuote, frusta, scompone pezze e arbusti e gatti e nonne come in nessun altro posto in Italia!!) si sono calmate. Ed è tornata una fastidiosa temperatura quasi estiva.

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Mentre lavoro alla revisione della graphic novel, e scrivo per giornali e periodici, esce questo mio pezzo:

http://www.paeseitaliapress.it/news_10641_LA-SIRENA-BIONICA-E-LINVERTEBRATO.html?fbclid=IwAR1WmiRETNKdZUKB2kn1CJBm9BsQ4FaFFh6vLI8V46oi9Uk32-exJ93nSDk

“La sirena bionica e l’invertebrato”, dico in questo “divertito”, piccolo editoriale intimo. La mia rubrica (“Il gabbiotto”) era nata perché li realizzassi sempre in video; questa e altre volte, eccezionalmente, carta canterà. O meglio, parola scritta. Ci piacciono le variazioni sul tema, ma, in effetti, la “Miss Abbastanza” di cui parlo qui è un evergreen di antica memoria, e tutto il pezzo ha radici risalenti alla fanciullezza. Mi è piaciuto scriverlo, insomma. Per chi gradirà.

7 ottobre

Pubblicato il ottobre 7, 2019

Se tutto va bene (…e qui cada un silenzio d’oro :)), tra un mese a quest’ora mi sarò reinsediata nell’Urbe. Là dove “reinsediarsi” significa piantar bandiera. Per un bel po’.

Da qui dove mi trovo adesso, intanto, buon compleanno a quella meravigliosa sorella che ho a Roma. 

E ancora, uno shot che mi ricorda il mio primissimo (non l’unico che ho fatto: sarei tornata a occuparmene su F, e oggi pare stringente attualità!) dossier sullo “stalking rosa”: come, quando e perché a perseguitare sono… le donne. Su Style. (Avevamo intervista ad Anne Wintour in copertina, peraltro, in quel numero).

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Infine, una mia foto di 5 giorni fa… quando ancora non pioveva 😉

2ottobre

LA MIA PAGINA SU IL GIORNALE DI OGGI

Pubblicato il ottobre 4, 2019

(… Alla quale tengo in misura particolare!).

Appunti di filosofia epicurea… e, forse, uno scritto di Marco Antonio e POESIE DI SAFFO tra le pergamene che il Vesuvio carbonizzò nel 79 d.C. Raggi X ad alta energia e algoritmi ad hoc che l’Università del Kentucky sta sperimentando per… scardinare quei “messaggi cifrati della nostra identità, che abbiamo cercato per secoli e che solo il futuro più tenace può restituirci”…

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La mia intervista a Franca Leosini

Pubblicato il settembre 29, 2019

Quelle interviste in bilico tra cronaca e cultura, e quella nuance della “storia del costume” che dal nero pesto si sposta verso più umane sfumature, o perlomeno le interroga: qualche volta può solo cercarle. “Costume” del resto è anche “costume di vita”, strada battuta tra le infinite possibili che attraversano il Bene e il Male.

Ecco perché la mia intervista a Franca Leosini (2016) resta per me un’esperienza di privilegio e profondo significato. Su F, a occuparmi di… noir.

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È la signora del noir da almeno trent’anni. Una voce e una cifra narrativa tutte sue, un modo di raccontare che sembra scucito dalla letteratura. E le sue “Storie maledette”, i suoi tête-à-tête su Rai Tre con gli autori di delitti feroci, pagine di cronaca che hanno marcato la storia del nostro Paese, sbarcano adesso in prima serata. Per la prima volta dal 1994. Franca Leosini odia il termine «femminicidio», disprezza le generalizzazioni, è allergica al concetto di «normalità». E le sue storie, dice,  «sono in fondo storie di una quotidianità come quella di tutti, infranta da un gesto criminale, ma mai commesso da professionisti del crimine. I professionisti del crimine proprio non mi interessano».

Si ricorda la prima donna, la prima autrice di un delitto di sesso femminile, che scelse di conoscere meglio?

«Certo. Si chiamava Rosalia Quartararo: all’epoca  aveva solo 39 anni ed era stata condannata all’ergastolo per l’omicidio di sua figlia, di 19 anni: era innamorata del fidanzato di questa povera ragazza. Ma di donne colpevoli di crimini ne ho conosciute molte. Anche nella serie che andrà in onda tra poche settimane ci saranno donne dalle storie molto importanti. Sarà una serie fortissima».

Il delitto commesso da una mano femminile può avere, secondo lei, delle caratteristiche che dipendono dal suo genere? Delle piccole prerogative rispetto a quando a uccidere è un uomo?

«Quando una donna si rende responsabile di un gesto estremo, ha certamente una psicologia più complessa e qualche volta più interessante: perché la natura di una donna è quella di dare la vita, non toglierla. E spesso la donna è il mandante di un delitto, non la mano armata».

Quando una pagina di cronaca è, secondo lei, una “storia maledetta”?

«I crimini commessi in un Paese segnano spesso un’epoca, ma sono anche figli della loro cultura geografica. Il delitto di Erba, tanto per fare un esempio, non sarebbe mai potuto avvenire a Napoli, terra in cui vige la cultura del “basso” della reciprocità, della condivisione di tutto; e così pure la morte di genitori per mano dei figli. Viceversa, una storia di cui mi occupai anni fa, a San Severo di Puglia, non poteva che avvenire al Sud: una piccola martire appena adolescente, segregata in un casolare e uccisa da un cugino di trent’anni che voleva comprometterla. Un crimine può raccontare molto del suo territorio».

Non sempre, però, lei intervista degli assassini. Appena nella scorsa edizione ha incontrato Alessandra Bernaroli, la cui storia è identica alla trama del film The Danish Girl, al cinema a febbraio e già campione di applausi a Venezia…

«“Sono la moglie di mia moglie” era il titolo della mia puntata. È proprio la storia di “The Danish girl”. Alessandra Bernaroli ha cambiato sesso: prima era un ragazzone di nome Alessandro, e aveva sposato la donna che amava. Diventato donna, si è battuto in tribunale per restare sposato con lei. E ce l’ha fatta».

Perché decise di raccontare questo caso?

«Era la prima volta che sul piano giudiziario e giuridico si poneva una situazione del genere. Io sono sempre stata molto sensibile alle storie della cosiddetta “diversità”».

Che stati d’animo le lasciano le sue lunghe interviste, nelle quali lei ha sempre una proverbiale presenza di spirito e un apparente distacco?

«Le storie mi attraversano. Quella forma di distacco che mantengo non somiglia affatto al mio stato d’animo. Sono un po’ come il chirurgo di fronte al tavolo operatorio: bisogna mantenere i nervi saldi anche quando le emozioni sono fortissime. Dopo l’intervista con Mary Patrizio, giovane mamma che uccise il suo bambino, scoppiai a piangere a dirotto. E fu proprio lei a confortare me».

Altro elemento che fa di Franca Leosini una icona dei social network è l’inconsueta ironia con cui affronta le sue storie.

«Vero. A un noto professionista, accusato dell’omicidio di sua moglie, una volta domandai: “Mi scusi, ma lei, all’epoca della morte di sua moglie, aveva un’amante?”. Lui si irrigidì, era davvero stizzito: il termine “amante” lo aveva seccato. Lo tranquillizzai: “Guardi che avere un’amante non fa di un uomo un assassino. In certi casi, tutt’al più, può farne… uno stronzo”. Su Twitter esplose immediatamente un divertito delirio di commenti. L’ironia è indispensabile, purché non si manchi di rispetto a nessuno».

L’approccio particolare che lei ha con le storie maledette discende, secondo lei, anche dal suo essere donna?

«Noi donne abbiamo una capacità introspettiva un po’ più alta degli uomini. Non sono affatto una femminista, ma questa marcia in più ci va riconosciuta».

Ricorda come nacque il format della sua trasmissione?

«Io vengo dalla carta stampata. Ho sempre pensato che per saper parlare in televisione anzitutto occorra saper scrivere. “Telefono giallo” fu la prima trasmissione a portare il noir in tv: conduceva Corrado Augias, ma gli autori delle inchieste erano dei giornalisti scelti con rigore dalla Rai. E io fui chiamata per una di quelle inchieste. Il delitto Grimaldi, 1985, che io avevo commentato per Il Tempo. Fu la prima di molte mie inchieste per quella trasmissione: e, mentre curavo questo lavoro, mi rendevo sempre più conto di essere interessata ai perché, alle ragioni che avevano spinto una persona a commettere quel delitto. Mi rivolsi al direttore di Rai Tre, gli proposi il format di “Storie maledette”, e lui ne fu entusiasta».

Qual è il punto di forza che non è mai invecchiato, del suo programma?

«La verità. Non concorderei mai nemmeno una piccola domanda per il nostro colloquio. Le racconto un dettaglio. Riguarda uno dei casi di cronaca che hanno fatto storia, il delitto del “Nano di Termini”. Nel corso di un colloquio preliminare alla trasmissione, di fronte al ragazzo che avrei poi intervistato mi sorse spontanea una domanda: “Come sarebbe finita questa storia se lei non avesse ucciso quell’uomo?”, e lui rispose: “Quell’uomo avrebbe ucciso me”. Questa risposta mi parve così importante che, in via del tutto eccezionale, lo avvertii: avrei potuto fargli quella stessa domanda davanti alle telecamere. E gliela feci. Ma stavolta la sua risposta non fu spontanea, sembrava recitata. La tagliai al montaggio».

È vero che spesso i suoi intervistati ci tengono a raccontarsi a lei anche per una sorta di “restauro d’immagine” nell’opinione pubblica?

«Assolutamente sì. E io cerco sempre di capirli, senza giudizio né pregiudizio: ecco perché spesso finiscono col dire a me cose che non hanno detto durante il processo. Ma, con molto garbo, con molta attenzione, devo anche saper girare il coltello nella piaga: ho grande rispetto di queste persone, ma non risparmio loro nulla».

Lascio qui anche un piccolo, brevissimo (rispetto a una conversazione di quasi tre ore) audio dell’intervista. Ironico, brillante, e quanto mai personale.

Attese e memorie

Pubblicato il settembre 25, 2019

Quanto a Diana, 1999, copertina (da restare a bocca aperta) e quarta di copertina ormai sono state infornate!!! Non vediamo l’ora di vederle in libreria. 

E allora, non mi resta che “appoggiare” in vetrina altri trasversali ricordi. Due miei servizi: uno stalcino della mia intervista video a Giuseppe Tornatore per IlGiornale.it e una storia di dolore e resistenza al dolore semplicemente magica, che ho raccontato F (Cairo Editore). 

cinzia