Il Blog di Simonetta Caminiti. Quello nuovo!

Passato e futuro (edicole, pezzi di me)

Pubblicato il dicembre 9, 2018

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C’era una volta, tanto tempo fa (si veda dall’indice che in quel numero firmava tra noi MARIO CERVI!) la mia lunga inchiesta su Style sul perché… chi gioca alle slotmachine, perde sempre. (Di Simonetta Caminiti – “Perché vincono sempre loro”) Giocare al videopoker corrisponde, statisticamente, a una perdita sicura? «Il gioco lecito deve garantire gettito erariale, e se andasse in perdita come potrebbe farlo?». La domanda, in effetti, è retorica e banale. La risposta, se non altro, sincera. Chi risponde si chiama Ettore Baldazzi: la sua società (Baldazzi Styl Art, Bologna) si occupa di produzione e vendita di «apparecchi da intrattenimento»: è una delle più importanti nel nostro paese. Un paese nel quale chi si «intrattiene» col videopoker si tuffa in una forma di ludopatia particolarmente torbida e difficile da sviscerare: non vincerà mai, e la sfida con la sorte, al massimo, è perdere il meno possibile. Il dramma della dipendenza da videopoker ha il tassello più recente nei colpi di pistola a palazzo Chigi: colpi partiti dalla mano di Luigi Preiti, il muratore calabrese la cui vita e le cui finanze sono state affogate anche da questo vizio.

Il mercato del videopoker truccato può nutrire cosche mafiose (è stato il caso, tra gli altri, del «Re dei videopoker» Gioacchino Campolo, a Reggio Calabria) e infiltrazioni che legali o chiare, in ogni caso, non sono affatto: addirittura – leggenda metropolitana ma non troppo – qualcuno spiega come sia possibile «taroccare» questi software con radiofrequenze. Con dispositivi che, a loro volta, è possibile spacciare per comuni smartphone. Ma dietro le macchinette del videopoker, dietro quelle successioni di figure colorate che illudono di una breve gioia e minuscoli, rarissimi introiti per chi gioca, la storia è lunga, complicata, consentita dalla legge solo da nove anni.

Giochi come lotterie, superenalotto, scommesse e, appunto, le slot-machine, sono oggi un’industria talmente legale da piazzarsi al terzo posto in Italia. E il «gettito erariale» di cui parla Baldazzi è una condizione talmente indispensabile, per il «gioco lecito», che lo Stato può rivolgersi a lei (con un decreto per produrre giochi nuovi) in casi di emergenza come il terremoto dell’Aquila. Solo tre anni fa, il mercato delle slot-machine fatturava 32 miliardi di euro. Proprio per il controllo delle slot, il nostro Paese ha legalizzato il loro mercato.

È Marta, una barista 23enne di una piccola sala di Modena a raccontarci che «quest’inverno ce ne hanno portate via tre, più una adibita al cambio dei soldi: sono state ritrovate aperte, “sbudellate”, in aperta campagna: non può esser stato nessuno se non qualcuno che frequenta il nostro bar». Qualcuno che sapeva – come spiega la ragazza – quanto uomini di tutte le età e signore anziane perdano il conto di quel che spendono alle macchinette, nelle loro pause pranzo sotto gli occhi di tutti. «Ragazzi di vent’anni che saccheggiano il loro stesso stipendio – prosegue Marta – , oppure prendono il caffè e i loro 2-3 euro di mancia li giocano lì; o signori sui cinquant’anni, i nostri habituè, che giocano 20-30 euro al giorno». Anche donne, ma più grandi. Sono identikit molti simili a quelli che fa Piero, dal bar di una zona molto centrale di Roma: «Le signore sono quelle che se ne vergognano di più. Ma sono tante. Una, che non vedo più da un anno, sarà stata vicina alla settantina: una bella signora chiacchierona, senza figli. La pensione del marito…».

Ma come funziona? Perché, tecnicamente, questo software e la fortuna sono due mondi a parte? «Anzitutto perché far succedere la fortuna, per un programma informatico – scherza Daniele, programmatore – è una contraddizione in termini. Lavoriamo con generatori di numeri pseudo casuali». La parola chiave è “algoritmo”: il sistema di una scheda del videopoker prevede una sequenza fissa di vincite. Dopo un certo numero di giocate, eccola che arriva: più probabili quelle basse, meno quelle medie, un miraggio quelle alte. Ma al gestore rimane la quota fissa dell’introito. «Più il risultato sembra casuale – continua Daniele – più l’algoritmo è “di qualità”, cioè stabilire le sue dinamiche, disponendo solamente dei numeri generati, è difficile. Ma, in base alla “casualità” con cui vengono generati simboli e vincite, il giocatore potrebbe risalire all’algoritmo che io, programmatore, ho utilizzato, e perciò sapere quando è più probabile vincere e quando invece lo è meno. Un po’ come quando – prosegue Daniele – , nel black jack si contano le carte. In termini di machine learning, staremmo dunque effettuando una regressione che permette di stimare il valore atteso, e quindi “prevedere la fortuna”. Le sembra gioco d’azzardo, questo?». No. E se il gioco d’azzardo è una spirale pericolosa, quello che ha nell’anima una «machine learning» assomiglia a una trappola bella e buona, anche se non ancora chiara a tutti. «Sono molti gli algoritmi per la generazione di numeri pseudo casuali, e altrettanti i metodi per testare il livello di casualità dei numeri generati. Mersenne Twister, Fortuna, SecureRandom, Blum-blum-Shub. – spiega ancora il programmatore – . Io lavoro in una famosa azienda che produce anche giochi per bambini: quando devo disporre “casualmente” dei componenti sullo schermo, l’algoritmo che mi serve è proprio quello. Quando devo far svolazzare via una foglia, i numeri che mi permettono di generare un percorso casuale per l’animazione vengono generati da algoritmi della famiglia del videopoker».

Baldazzi Styl Art, in qualità di «costruttore», parla invece solo degli apparecchi «omologati». Dice che «il prodotto slot, omologato dai monopoli di Stato, prevede l’ erogazione obbligatoria di vincite su percentuali, e cicli “chiusi” di partite definite nelle norme tecniche di costruzione. Nelle slot omologate la vincita non è predeterminabile». Il mercato delle slot “taroccate”? «Nessun prodotto omologato può essere “taroccato”. Per fare frodi bisogna sostituire componenti omologati con altri illeciti». Ci chiediamo però se individuare questi casi sia alla portata di qualunque gestore, o richieda delle competenze più esclusive. «Oggi non è più necessaria una specifica competenza, ma solo l’osservanza di un protocollo di verifica rigoroso». Se si chiede dell’espansione di questo mercato, osservato e previsto come un’industria in crescita in base al fatturato degli ultimi anni, la risposta di Ettore Baldazzi dice altro: «La produzione di slot è sostanzialmente ferma. Si rigenera quello che c’è con nuovi titoli di gioco, ma 379.000 slot erano funzionanti nel 2009 e tali sono oggi».

Voci di corridoio sospirano un’altra parola curiosa: «radiofrequenze». Ma ci sarà una ragione se, per analizzare le controindicazioni delle slot-machine, negli Stati Uniti esiste addirittura una facoltà universitaria. E allora l’altra parola-chiave è inglese: «oper». Il fatto di cronaca risale a pochi mesi fa, a Corneliano d’Alba, in provincia di Cuneo. Qui, una signora di nazionalità cinese ha incassato al videopoker cifre così vertiginose (diecimila euro di contanti sui quali i carabinieri hanno deciso di fare luce) da far pensare a un trucco che le portasse jackpot troppo alti e frequenti per essere a norma di legge. Con le radiofrequenze di un i-phone 5 (applicazioni tutte scritte in cinese e consegnate perciò ai RIS si Roma), la donna potrebbe aver interagito coi software delle slot. Possibile? O, in effetti, quelle applicazioni in ideogrammi cinesi erano in grado di «dialogare» con la macchina, o a entrare in gioco sono gli «oper». Dispositivi in grado di erogare la vincita. Non si interagirebbe, perciò col software – nessuno strano tête-à-tête tra un’applicazione e la macchina del videopoker – ma si trasmetterebbe un preciso segnale all’apparecchio che eroga le vincite. «Anche dalle nostre parti – conferma Marta, la barista modenese – si vocifera di cinesi che, con chiavette simili a quelle dei produttori, avrebbero accesso agli ingranaggi delle slot. Saprebbero così quando è possibile incassare delle vincite». Ma di applicazioni legali che spiegano i «trucchi» delle slot ne esistono eccome. La più popolare si chiama Fruit Machine Cheat. Contiene i «cheat» (la parola inglese significa «tradimento, trucco»): combinazioni di comandi che permettono (verosimilmente, solo ai produttori delle slot) di attivare alcune funzioni molto esclusive. «Il loro scopo – spiega Daniele, il programmatore – è eseguire il “debug”, controllare e verificare che funzioni tutto. I cheat sono i “trucchi” – si definiscono proprio così – inseriti nei videogiochi dai loro programmatori».

Un parroco nella provincia di Varese, videopoker-dipendente, si recava alle slot del suo paesino ogni giorno: vi trascorreva delle ore e, colto sul fatto da Striscia la notizia, ha raccontato di fare questo esercizio quotidiano solo per verificare quale e quanta ludopatia vi fosse tra i suoi fedeli. Tali e tanti sono i casi di patrimoni dilapidati, depressioni, accumuli di debiti appesi alle slot-machine, che il videopoker si è visto staccare la spina da svariati baristi. Il caso più recente è accaduto a Teramo agli inizi di maggio, poche settimane dopo gli spari a palazzo Chigi dalla pistola del muratore col vizio delle slot. A Sant’Omero, in provincia di Teramo, il signor Emilio Maricucci ha staccato l’alimentatore di una macchina che quasi, nei suoi racconti, sembra venire dall’inferno: «Ho deciso di eliminare le slot e di tornare a fare bar come una volta. Ai giovani voglio di nuovo offrire sano divertimento. Dal bancone ho visto scene che avevano dell’incredibile: clienti che si accanivano al limite del patologico. Non sarà più così». A Sannazzaro (Pavia), la giunta sta valutando la possibilità di dispensare «esenzioni tariffarie» (un piccolo premio fiscale) ai locali che non istallano macchine da videopoker. Un disincentivo a montare delle tentazioni in un territorio (quello italiano) dove evidentemente i cittadini non sono esemplari nell’autocontrollo.

«Dappertutto gli uomini non fanno altro che togliersi o vincersi qualcosa a vicenda», scriveva Dostoevskij ne Il Giocatore. E se, qualche volta, la persona a cui togliamo e vinciamo qualcosa non fosse nessun altro che noi stessi? Ci sono giochi le cui regole, allo stato puro o «taroccato», ma pur sempre fuori dalle nostre mani, ci amano così. Perdenti. E – mica un dettaglio da poco – è un avversario che non guarda mai negli occhi.

A Pavia sgravi fiscali a chi stacca le slot. Ma la città non è pronta.

A Pavia, il sindaco Alessandro Cattaneo ha proposto sgravi fiscali ai proprietari di bar che non ospitino slot-machine nel loro esercizio commerciale. In piazza, dalla parte di questo provvedimento lo scorso 10 maggio, anche il vescovo Giovanni Giudici, che ha dichiarato di non essere disposto ad assolvere, in confessionale, i giocatori d’azzardo recidivi. 650 macchinette per 70mila abitanti: quasi l’8% del PIL del territorio è legato al gioco. Ma agli esercenti pavesi il piano per ripulire la città dal videopoker non piace. Pochissimi si giovano del «premio» che Cattaneo riserva a chi stacca la spina delle slot. Un premio che evidentemente, per i gestori sgrava meno di quanto non guadagnino dalle macchinette. Un introito sicuro, dicono in molti, in un momento difficile, troppo difficile per metterlo al bando. Le cifre vertiginose che a Pavia, da molti già ribattezzata «città delle slot», «capitale del gioco», ruotano attorno al videopoker non spaventano ancora.

I risparmi di una vita divorati dalla slot

Sulla maglia aveva scritto «N.U.» questo instancabile netturbino che tutti conoscevano, in un paesino della Calabria bagnato dal Tirreno. Iniziali che stavano, appunto, per «nettezza urbana», ma a lui piaceva scherzare: «Significano “Nobile Uomo”». Chissà quanto ci aveva messo, il signor Lucio, a mettere da parte 50mila euro: una vita di lavoro, tutta la sua liquidazione quando smise di lavorare. E tutto il suo tempo scivolò lì, nelle slot-machine che allora, più di dieci anni fa, non erano neppure a norma di legge. Si è spento all’improvviso da un giorno all’altro, questo signore dell’estremo Sud, che si riempiva di adrenalina convinto di poter vincere enormi jackpot con le combinazioni giuste. Con una dose di fortuna che non è mai arrivata. Ma in paese lo nominano ancora, il «Nobile Uomo» che ripuliva le strade e metteva da parte i risparmi. Finito sotto il peso del gioco d’azzardo e di quella sorridente ingenuità per cui tutti lo ricordano.

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#BACKTOTHEFUTURE

La copertina interattiva di ‘O Magazine è uno spettacolo come le firme che ospita (presenti esclusi…). Comunque, per questa rivista che tanto mi piace, sto scrivendo in questi giorni un lungo pezzo, che stavolta racconta una storia senza età. Una storia vera, di occhi verdi pieni di ciglia; di sogni oltre ogni confine che, quando si realizzano, proprio non assomigliano a nulla di quello che volevi… [Presto in edicola]

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Su Radio Rai 2, a parlare di violenza di genere

Pubblicato il novembre 25, 2018

Questa notte, su Radio Rai 2, ho parlato della giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Ho avuto l’opportunità di farlo con Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, conduttori della trasmissione “I Lunatici”: il più bel “viaggio verso l’alba” nel mondo della radio. #25_novembre #NO #ViolenzaSulleDonne #Femminicidi

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(Per ascoltare il mio intervento, eccolo).

Su F di questa settimana, il mio servizio sui femminicidi di questo 2018

Pubblicato il novembre 20, 2018

In edicola da oggi (domani in tutta Italia), le mie 4 pagine su F dedicate alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Ho scelto quattro storie emblematiche, atroci, di quest’anno, nel mosaico di femminicidi che, incessante, alla fine di ogni anno, si compone anche in Italia. E ho chiesto a ROBERTA BRUZZONE (che ringrazio moltissimo) di commentarle cercando in ciascuna le avvisaglie del loro epilogo: avvisaglie che sempre ci sono, e che urge imparare a leggere.

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Il mio servizio su ‘O Magazine in edicola da oggi

Pubblicato il novembre 17, 2018

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Le onde dell’oceano dell’East Coast sanno accarezzare e travolgere, inghiottire il corpo di una donna e fondere pezzi di vita: sensuali, violente, celesti, nere. Ma si accavallano ad altre onde, quelle della sigla di The Affair (la serie di Showtime giunta quest’autunno alla conclusione delle prime quattro stagioni su Sky Atlantic): sono le onde di carta di un libro, montate in un vortice di morte e passione. Tutt’altro che un caso, naturalmente. Perché quel libro non è solo nella rosa dei protagonisti in carne ed ossa, in questa storia (a cavallo tra passato remoto e futuro come poche altre cose mai apparse sul piccolo schermo). Il libro è anche simbolo dei volti e luoghi della grande letteratura disseminati nel serial.

Alison Bailey Lockhart è il primo (e più forte) tra tutti. Nel recinto stretto della sua Montauk (Stato di New York), dov’è moglie del proprietario di un ranch, a 32 anni, bellissima, che trabocca di intelligenza inquieta nel suo abitino attillato da cameriera, il tedio e il provincialismo in cui vive avrebbero fatto di lei una Emma Bovary in ogni caso. Anche se il cuore non nascondesse il lutto straziante che invece l’ha colpita due anni fa. C’è una lapide, al cimitero di Montauk, sulla quale campeggia il nome di un bambino di quattro anni, Gabriel Lockhart: era suo figlio. “Annegamento secondario”: così si chiama, tecnicamente, la ragione di una tragedia che Alison, all’epoca infermiera, non era stata capace di diagnosticare in tempo. Una morte che quindi ha a che vedere con la sua coscienza (devastata per sempre), e con quell’oceano lunatico, suadente, traditore e striato dello stesso verde dei suoi occhi.

Ma cosa può succedere se, a due anni da quel lutto, una Emma Bovary americana, col corpo di un’adolescente e tutte le paure del mondo, incontra uno scrittore di quarantacinque anni? Noah Solloway, questo il suo nome, un romanzo lo ha già scritto (e non ha avuto un gran successo): è sposato, ha quattro figli, e sembra davvero un Henry Miller tenuto al guinzaglio dalla morale e dal debito di gratitudine verso la moglie Helen. (Una Magna Mater solida, intraprendente, figlia, non a caso, di uno scrittore di successo).

[Continua nelle mie 4 pagine su ‘O Magazine]

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Varie.

Pubblicato il novembre 16, 2018

Questa è la copertina francese de Gli arpeggi delle mammole, tradotto da Meghan Castel e in uscita all’inizio del 2019. E’ in corso anche una revisione del romanzo in italiano, proprio in vista del ventennio che intercorrerà presto tra l’anno della sua ambientazione e quello su cui andiamo ad affacciarci: nuova cover e una post-fazione speciale.

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Come detto, ancora, il 2019 sarà l’anno dell’uscita del graphic novel ispirato al romanzo. Una chicca: la sceneggiatrice sono io, l’illustratrice è una donna… e l’editore idem. Un progetto che più rosa non si può, e che ritengo essere il meglio per la mia primogenita creatura nel mondo dorato della narrativa.

In ultimo… A proposito di questioni “rosa”: gli appuntamenti in edicola con miei servizi nuovi sono martedì 20/mercoledì 21 novembre (con la cronaca) su Fe prima ancora, domani (con la cultura) su ‘O Magazine. 

“I mille colori della narrazione”

Pubblicato il novembre 3, 2018

Succedevano cose, proprio in questi giorni di diversi anni fa. Per la prima volta, con una piccola telecamera e un microfono gelato, sperimentavo la cronaca (sul cinema) in video. Era per una testata online romana ma IlGiornale.it premiò il lavoro mio e della bravissima reporter-montatrice che era con me, disponendo i nostri servizi in homepage. (Quello che “appoggio” qui è il terzo di quei giorni).

I primi di novembre dell’anno successivo, invece.

Paginette di storia sono anche queste. Io che volo a Parigi e mi trovo di fianco, in aereo, Pierluigi Bersani; Bersani, pronto alle primarie del 2012, legge l’intestazione “Il Giornale” sulla mia cartelletta (è Il Giornale che mi manda a Parigi) e lui e il suo staff mi sorridono con sportiva simpatia. Facciamo quattro chiacchiere. Loro incontreranno Hollande, io presenzierò al lancio europeo di Microsoft di Windows 8 (che adesso è passato remoto… come le primarie del PD del 2012). Rivedo Parigi e ho tanta voglia di tornare… Stesa sotto i salici, però; o davanti a Notre Dame. In un ricco e inossidabile, dolcissimo silenzio.

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In questi giorni attualissimi: giorni della vita che per, ragioni molto personali, non potrò dimenticare mai, il mio lavoro riparte da ‘O Magazine (in edicola il 17 novembre con un altre mie 4 pagine) e con i preliminari di un servizio (cronaca) che è previsto io curi per F. 
Sono gocce di balsamo sul cuore – che in questo momento ne ha bisogno – anche le splendide vignette della mia nuova illustratrice, per il graphic novel del mio romanzo. Attualmente, queste vignette sono a spasso a Lucca Comics.
Titolo della puntata: “I mille colori della narrazione”. Come sempre, da sempre e per sempre, nella mia vita.

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Ricominciare

Pubblicato il ottobre 23, 2018

… Un graphic novel che, per adesso, è solo in nuce. Lo studio un nuovo graphic novel basato sul mio unico romanzo edito; un’idea che riparte da questa Diana, coi suoi due laghetti azzurri al posto degli occhi, e la testardaggine della speranza. Quella che mi ha insegnato “Qualcuno”… con tutto l’amore che aveva (e che – ne sono certa – avrà sempre).
My Diana:

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