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Giocare al videopoker corrisponde, statisticamente, a una perdita sicura? «Il gioco lecito deve garantire gettito erariale, e se andasse in perdita come potrebbe farlo?». La domanda, in effetti, è retorica e banale. La risposta, se non altro, sincera. Chi risponde si chiama Ettore Baldazzi: la sua società (Baldazzi Styl Art, Bologna) si occupa di produzione e vendita di «apparecchi da intrattenimento»: è una delle più importanti nel nostro paese. Un paese nel quale chi si «intrattiene» col videopoker si tuffa in una forma di ludopatia particolarmente torbida e difficile da sviscerare: non vincerà mai, e la sfida con la sorte, al massimo, è perdere il meno possibile. Il dramma della dipendenza da videopoker ha il tassello più recente nei colpi di pistola a palazzo Chigi: colpi partiti dalla mano di Luigi Preiti, il muratore calabrese la cui vita e le cui finanze sono state affogate anche da questo vizio.

Il mercato del videopoker truccato può nutrire cosche mafiose (è stato il caso, tra gli altri, del «Re dei videopoker» Gioacchino Campolo, a Reggio Calabria) e infiltrazioni che legali o chiare, in ogni caso, non sono affatto: addirittura – leggenda metropolitana ma non troppo – qualcuno spiega come sia possibile «taroccare» questi software con radiofrequenze. Con dispositivi che, a loro volta, è possibile spacciare per comuni smartphone. Ma dietro le macchinette del videopoker, dietro quelle successioni di figure colorate che illudono di una breve gioia e minuscoli, rarissimi introiti per chi gioca, la storia è lunga, complicata, consentita dalla legge solo da nove anni.

Giochi come lotterie, superenalotto, scommesse e, appunto, le slot-machine, sono oggi un’industria talmente legale da piazzarsi al terzo posto in Italia. E il «gettito erariale» di cui parla Baldazzi è una condizione talmente indispensabile, per il «gioco lecito», che lo Stato può rivolgersi a lei (con un decreto per produrre giochi nuovi) in casi di emergenza come il terremoto dell’Aquila. Solo tre anni fa, il mercato delle slot-machine fatturava 32 miliardi di euro. Proprio per il controllo delle slot, il nostro Paese ha legalizzato il loro mercato.

È Marta, una barista 23enne di una piccola sala di Modena a raccontarci che «quest’inverno ce ne hanno portate via tre, più una adibita al cambio dei soldi: sono state ritrovate aperte, “sbudellate”, in aperta campagna: non può esser stato nessuno se non qualcuno che frequenta il nostro bar». Qualcuno che sapeva – come spiega la ragazza – quanto uomini di tutte le età e signore anziane perdano il conto di quel che spendono alle macchinette, nelle loro pause pranzo sotto gli occhi di tutti. «Ragazzi di vent’anni che saccheggiano il loro stesso stipendio – prosegue Marta – , oppure prendono il caffè e i loro 2-3 euro di mancia li giocano lì; o signori sui cinquant’anni, i nostri habituè, che giocano 20-30 euro al giorno». Anche donne, ma più grandi. Sono identikit molti simili a quelli che fa Piero, dal bar di una zona molto centrale di Roma: «Le signore sono quelle che se ne vergognano di più. Ma sono tante. Una, che non vedo più da un anno, sarà stata vicina alla settantina: una bella signora chiacchierona, senza figli. La pensione del marito…».

Ma come funziona? Perché, tecnicamente, questo software e la fortuna sono due mondi a parte? «Anzitutto perché far succedere la fortuna, per un programma informatico – scherza Daniele, programmatore – è una contraddizione in termini. Lavoriamo con generatori di numeri pseudo casuali». La parola chiave è “algoritmo”: il sistema di una scheda del videopoker prevede una sequenza fissa di vincite. Dopo un certo numero di giocate, eccola che arriva: più probabili quelle basse, meno quelle medie, un miraggio quelle alte. Ma al gestore rimane la quota fissa dell’introito. «Più il risultato sembra casuale – continua Daniele – più l’algoritmo è “di qualità”, cioè stabilire le sue dinamiche, disponendo solamente dei numeri generati, è difficile. Ma, in base alla “casualità” con cui vengono generati simboli e vincite, il giocatore potrebbe risalire all’algoritmo che io, programmatore, ho utilizzato, e perciò sapere quando è più probabile vincere e quando invece lo è meno. Un po’ come quando – prosegue Daniele – , nel black jack si contano le carte. In termini di machine learning, staremmo dunque effettuando una regressione che permette di stimare il valore atteso, e quindi “prevedere la fortuna”. Le sembra gioco d’azzardo, questo?». No. E se il gioco d’azzardo è una spirale pericolosa, quello che ha nell’anima una «machine learning» assomiglia a una trappola bella e buona, anche se non ancora chiara a tutti.  «Sono molti gli algoritmi per la generazione di numeri pseudo casuali, e altrettanti i metodi per testare il livello di casualità dei numeri generati. Mersenne Twister, Fortuna, SecureRandom, Blum-blum-Shub. – spiega ancora il programmatore – . Io lavoro in una famosa azienda che produce anche giochi per bambini: quando devo disporre “casualmente” dei componenti sullo schermo, l’algoritmo che mi serve è proprio quello. Quando devo far svolazzare via una foglia, i numeri che mi permettono di generare un percorso casuale per l’animazione vengono generati da algoritmi della famiglia del videopoker».

Baldazzi Styl Art, in qualità di «costruttore», parla invece solo degli apparecchi «omologati». Dice che «il prodotto slot, omologato dai monopoli di Stato, prevede l’ erogazione obbligatoria di vincite su percentuali, e cicli “chiusi” di partite definite nelle norme tecniche di costruzione.  Nelle slot omologate la vincita non è predeterminabile». Il mercato delle slot “taroccate”? «Nessun prodotto omologato può essere “taroccato”. Per fare frodi bisogna sostituire componenti omologati con altri illeciti». Ci chiediamo però se individuare questi casi sia alla portata di qualunque gestore, o richieda delle competenze più esclusive.  «Oggi non è più necessaria una specifica competenza, ma solo l’osservanza di un protocollo di verifica rigoroso».  Se si chiede dell’espansione di questo mercato, osservato e previsto come un’industria in crescita in base al fatturato degli ultimi anni, la risposta di Ettore Baldazzi dice altro: «La produzione di slot è sostanzialmente ferma. Si rigenera quello che c’è con nuovi titoli di gioco, ma 379.000 slot erano funzionanti nel 2009 e tali sono oggi».

Voci di corridoio sospirano un’altra parola curiosa: «radiofrequenze». Ma ci sarà una ragione se, per analizzare le controindicazioni delle slot-machine, negli Stati Uniti esiste addirittura una facoltà universitaria. E allora l’altra parola-chiave è inglese: «oper». Il fatto di cronaca risale a pochi mesi fa, a Corneliano d’Alba, in provincia di Cuneo. Qui, una signora di nazionalità cinese ha incassato al videopoker cifre così vertiginose (diecimila euro di contanti sui quali i carabinieri hanno deciso di fare luce) da far pensare a un trucco che le portasse jackpot troppo alti e frequenti per essere a norma di legge. Con le radiofrequenze di un i-phone 5 (applicazioni tutte scritte in cinese e consegnate perciò ai RIS si Roma), la donna potrebbe aver interagito coi software delle slot. Possibile? O, in effetti, quelle applicazioni in ideogrammi cinesi erano in grado di «dialogare» con la macchina, o a entrare in gioco sono gli «oper». Dispositivi in grado di erogare la vincita. Non si interagirebbe, perciò col software – nessuno strano tête-à-tête tra un’applicazione e la macchina del videopoker – ma si trasmetterebbe un preciso segnale all’apparecchio che eroga le vincite. «Anche dalle nostre parti – conferma Marta, la barista modenese – si vocifera di cinesi che, con chiavette simili a quelle dei produttori, avrebbero accesso agli ingranaggi delle slot. Saprebbero così quando è possibile incassare delle vincite». Ma di applicazioni legali che spiegano i «trucchi» delle slot ne esistono eccome. La più popolare si chiama Fruit Machine Cheat. Contiene i «cheat» (la parola inglese significa «tradimento, trucco»): combinazioni di comandi che permettono (verosimilmente, solo ai produttori delle slot) di attivare alcune funzioni molto esclusive. «Il loro scopo – spiega Daniele, il programmatore – è eseguire il “debug”, controllare e verificare che funzioni tutto. I cheat sono i “trucchi” – si definiscono proprio così – inseriti nei videogiochi dai loro programmatori».

Un parroco nella provincia di Varese, videopoker-dipendente, si recava alle slot del suo paesino ogni giorno: vi trascorreva delle ore e, colto sul fatto da Striscia la notizia, ha raccontato di fare questo esercizio quotidiano solo per verificare quale e quanta ludopatia vi fosse tra i suoi fedeli. Tali e tanti sono i casi di patrimoni dilapidati, depressioni, accumuli di debiti appesi alle slot-machine, che il videopoker si è visto staccare la spina da svariati baristi. Il caso più recente è accaduto a Teramo agli inizi di maggio, poche settimane dopo gli spari a palazzo Chigi dalla pistola del muratore col vizio delle slot. A Sant’Omero, in provincia di Teramo, il signor Emilio Maricucci ha staccato l’alimentatore di una macchina che quasi, nei suoi racconti, sembra venire dall’inferno: «Ho deciso di eliminare le slot e di tornare a fare bar come una volta. Ai giovani voglio di nuovo offrire sano divertimento. Dal bancone ho visto scene che avevano dell’incredibile: clienti che si accanivano al limite del patologico. Non sarà più così». A Sannazzaro (Pavia), la giunta sta valutando la possibilità di dispensare «esenzioni tariffarie» (un piccolo premio fiscale) ai locali che non istallano macchine da videopoker. Un disincentivo a montare delle tentazioni in un territorio (quello italiano) dove evidentemente i cittadini non sono esemplari nell’autocontrollo.

«Dappertutto gli uomini non fanno altro che togliersi o vincersi qualcosa a vicenda», scriveva Dostoevskij ne Il Giocatore. E se, qualche volta, la persona a cui togliamo e vinciamo qualcosa non fosse nessun altro che noi stessi? Ci sono giochi le cui regole, allo stato puro o «taroccato», ma pur sempre fuori dalle nostre mani, ci amano così. Perdenti. E – mica un dettaglio da poco – è un avversario che non guarda mai negli occhi.

Simonetta Caminiti per Style, IL GIORNALE

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