(La notizia è che mia madre, grazie a questo attestato di merito, nella piccola pergamena, ha imparato a inviare gli mms!!! ❤ )

pergamenasimonetta

Questo è un raccontino lieve e divertito, che avevo buttato giù di corsa stuzzicata da un flashback della mia infanzia. “La machera di Alcyone” è diventata subito una lettera d’amore tra le più ispirate che io ricordi (il che potrebbe allarmare davvero…); e alla fine ha ottenuto premi, riconoscimenti, segnalazioni a vari concorsi per cui non era stata MINIMAMENTE pensata. Inutile dire che la cosa mi fa piacere… e allora… Eccola qui!!!

alcyone

Hai trovato la morte lì, Alcyone. Tra quel ciuffo spettinato di papaveri e la terra nera di pioggia. Non so nemmeno cosa significhi, “Alcyone”; l’ho visto scritto sul libro della padrona e così t’ho chiamato. Eri un pulcino, stavi nella mia mano. Ti parlavo spesso delle mie noie e non ti ho mai taciuto che presto o tardi avrei dovuto fare la festa anche a te. Tra tutti sei diventato il più grosso e il più chiassoso. Abbiamo rimandato la tua ultima aurora, il grido strisciato e sanguinolento, il tuo ultimo canto addolorato, di qualche settimana.
Le piume si sono librate nello scirocco, i pori della tua pelle li ho visti sporgere rosei e fieri tra le linee polpose del ventre e le cosce immobili. Senza più un filo di vita. Il tuo volto giaceva come una maschera di carta imporporata dal sangue: la cresta simile a una corona, il becco schiuso senza fiato. «Vecchio Alcyone, ho obbedito anche quando è arrivato il tuo turno», ti ho detto mentre, morto, mi guardavi fissa con gli occhi di un serpente innamorato.
Non un gallo ma un tacchino, ha precisato la padrona quando ti ha servito. Il petto sottile divenuto bianco come una luna tagliata a fette. Il fegato ridotto a una poltiglia di rubini macilenti. Le cosce grasse avvolte di pelle, tuffate in quell’olio di rame, a schioccare come vita ancora viva che corre sulle braci. Ti hanno vinto. Mi hanno costretta a finirti con una lama che, nell’alba, scintillava ancora di stelle. Sottile come una strada che segna il confine. Fendente e spietata abbastanza da ordinarti di non tornare.
A me hanno lasciato il tuo collo, Alcyone. Il collo, che per primo ti ha dato la morte, che ho tirato forte tra le mani come una fune. Nella padella antica, è divenuto un’ossuta caramella pregna di sangue nero, come la terra nell’aurora di pioggia. Alto e sfinito come il collo dei papaveri. La tua vita è diventata una caramella unta tra abbaglianti schegge d’aglio.
Oh, Alcyone! Solo io e te lo sappiamo. Troppi erano i nostri segreti per non condividere questo. Che quella notte ho derubato un tacchino e l’ho spacciato per te. E che tu vivi, tacchino, razzolante per i giardini di mia madre. Unico abitante di quella piccola, infinita, casa di memoria.
Tu che mi hai vista ridere, amare nascosta al mondo, odiare di un odio soffocato, seppellire gioie e uomini, raccogliere i frutti di una terra cui sono rimasta imbrigliata dal mio stesso ombelico. Spaventata dalla certezza di poter fuggire e di essa, essa soltanto, prigioniera. Tu, maschera discreta all’ombra degli ulivi; amico pacioso e fetente che ha rubato la voce alle cornacchie. Tu, che con la tua babilonia, hai occultato il rumore del mio pianto e della mia felicità. Complice, con le tue zampe molli simili a radici di magnolia, di tutto ciò che mi è stato negato, e che con le unghie, di soppiatto, per quattro primavere, ho rapito nel mio silenzio. Non ti avrei torto una piuma.
Che buono era il collo anonimo della mia refurtiva pennuta. Sapeva di carne ruspante e prezzemolo dell’orto. Sguazzava, imprecando una pietà che mi ha trovata sorda e cieca, nell’olio verde senza ossigeno. Erano tocchi di carne morta sulla quale ho spruzzato buon vino. La casa intera si è colmata del suo profumo acidulo. I padroni e finanche il cielo avrebbero potuto dirmi grazie per questa esalazione di lussuria. Quanta, quanta lussuria in quella morte che si scioglie in bocca, adorato Alcyone.
Principe pennuto troppo caro alla mia spada.

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