(Racconto – Simonetta Caminiti. Ispirato alla testimonianza e storia personale della cara signora M.F., che ringrazio)

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Nel corso della prossima settimana, sul blog de “Il Corriere della Sera”, “Nel cuore di Roma”.

Granito Rosa.

Dissi alla signora Fiore di pazientare qualche giorno per i soldi dell’affitto. D’altro canto, non poteva avere tutta questa sete di soldi, una così. Sparse per la Capitale, aveva affittato sei abitazioni; e mi faceva un certo effetto sapere che nella mia, quella in cui ormai vivevo da sola, lei aveva abitato. Da giovane, aveva versato su quel pavimento l’unico tentativo di avere un figlio, come petali di papavero smarriti nel corridoio: poi non aveva voluto più vivere in quella casa.

Le sue stanze, oggi, gridano sfarzo. C’è un odore stantio, di vita congelata, fuori posto nell’ordine ossessivo. Un mappamondo liscio e ingombrante su cui fa scorrere le dita, che scivolano perpendicolari all’Equatore, quando ti mostra  quali e quanti posti bellissimi, visitò col marito. È rimasta vedova trent’anni fa, e di lui neanche una foto. Così è ancora più facile vederlo, sentire le sue suole che cigolano sul parquet all’ingresso; immaginare che legga il giornale a fianco a te, a me, sul divano di velluto che, da roseo, il tempo ha mutato in glicine.

Sorridere, per lei, è una specie di tic. Forse conosce la forza ancora sensuale, di quel sorriso che spazza la naftalina, la voce strisciante, petulante, e le illumina le guance su cui ciondolano occhiaie fondissime. So che, sorridendo, e senza sperarci, dieci anni fa è guarita dal cancro. Ma guarire – mi ha detto – è  stata un’occasione mancata. E quando le ho chiesto il perché, il suo sorriso è diventato ancora più largo, e mi ha raccontato del cimitero nel suo paesino d’origine, in Sicilia.

Vent’anni fa, in una mattina d’inverno mite, ha deciso di farsi costruire anzitempo un sepolcro di granito rosa. Come in un letto a castello su quello del marito, troppo amato per non illudere le sue spoglie senza riposo, dice lei, che in quella cappella lo abbiano rinchiuso tutto solo. Stavo per accodarmi alla sua risata isterica. C’è una lastra di granito rosa col suo nome e la sua foto, in un cimitero: mentre lei è qui, viva, bellissima e allegra, che mi sta parlando. Quando passa di lì, in estate, sgambettando tra erba secca, margherite gialle, e un fiume che collega la parte anteriore della cappella alla casa in cui è nata (come la vena di un anulare al cuore, pensa lei), le piace fissare l’idillio della sua faccia e quella del suo signore, che guarda fisso il mondo coi suoi occhi sardonici: come se fossero lì a  dormire insieme, felici e sfiniti dall’amore, nel ristoro fresco della pietra, al riparo dal caldo asfittico e dal silenzio di agosto.

Ma la signora Carla Fiore è così bella che – e questa storia era finita sui giornali locali – uno scultore del villaggio più pazzo di lei l’ha vista lì impalata, nella tomba vuota, e ha pensato di fare del suo viso il modello per l’ultima Madonna in marmo della sua carriera. La madonna del cimitero che saluta gli orfani, i vedovi, i genitori disperati, col viso di una stralunata e ricca signora romana, arrabbiata col mondo e nascosta in un sorriso. E, semmai non le fosse bastato, quella madonna le ha fatto perdere anche il saluto della gente: più della lapide col suo nome. Perché tutti hanno pensato che lo scultore fosse stato a letto con lei, e che quello fosse stato un modo per profanarla dopo il rifiuto, magari, di convolare con lui a seconde nozze.

Perché nessuno ha saputo accettare la fedeltà incondizionata della signora Fiore al marito morto. Nessuno sa che, dal giorno in cui al suo uomo si ruppe il cuore, anche quello della bella signora si è messo in viaggio: e guai a distoglierlo dal suo tragitto paziente e, se non altro, originale. Quello dell’unica donna al mondo il cui tuffo nel granito rosa avrà il fragore di una risata. Ma che si lascerà alle spalle una scia contagiosa, trasognata e sbeffeggiante, di speranza.

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http://vociromane.corriere.it/2014/01/15/se-lamore-va-oltre-la-morte/

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