Così ho scritto, in un racconto, il delitto Semeraro (Roma, 1990). Domenico Semeraro, come noto, era soprannominato “Il Nano di Termini”.

Una fiaba noir così vera che non c’è stato bisogno di inventare nulla, ma per cui, come sempre, è concesso immaginare. Sul blog “Nel Cuore di Roma” del Corriere della Sera. Anche in calce alla homepage del Corriere della Sera/Roma.

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C’erano zampe. Piume di gabbiano, ali scarlatte, petti bianchi come le nuvole. C’erano lepri. Volpi. Cani di tutte le taglie. Sembrava una foresta, quella stanza nel cuore di Roma con la sua platea di animali imbalsamati. Perfino la bellezza fredda e vigile dei passerotti ricordava la maestà del Pantheon, o la Colonna di Traiano.

Era una stanza piena di occhi incastrati in quei faccini pelosi e vivi solo all’apparenza. Anche quel giorno che era stato trovato chiuso in un sacco di plastica, lui, il Padrone, con la gola stretta in un fazzoletto e un sonno tumefatto, senza più respiro. Fatto secco da chissà chi, lontano dagli occhi sgranati dei suoi animali.

Il Piccoletto – così lo chiamavano – aveva la fama di un genio, nel cuore di Roma. Malgrado la statura minuta, che non superava il metro e trenta, era arrivato ovunque. Era l’altezza della cultura e della fantasia, la sua: o almeno, di questo aveva convinto tutti. La manipolazione era la sua vera specialità. Era stato un insegnante per molti anni: «Non è andato in pensione – raccontava qualcuno – : è stato cacciato, perché spiava i ragazzi tra le serrature dei bagni». Un giorno, nel suo laboratorio, si presentò l’apprendista e aiutante più bello del mondo. Un annuncio sul giornale, l’ennesimo (bandito dal Piccoletto) per procacciarsi giovani assistenti: una parcella per dargli una mano in segreteria, e tanto volenteroso apprendistato sull’imbalsamazione. Così era arrivato Nando, sedici anni, un giorno d’estate. In cerca di qualche soldo per comprarsi la moto e sfuggire alla noia assolata della Capitale.

Nessuno, in quel bunker, era stato come lui. Nando era alto e sottile come un David, gli occhi di un castano profondo, le ciglia folte come piume di pavone. E l’età in cui ci si domanda se sia migliore la vita di una volpe, quella di un’aquila o di un coniglio.

«T’insegno a svuotare le carcasse e a far diventare eterni gli animali – gli disse il Piccoletto – . Gli animali, che sono molto meglio degli uomini». Nessuno aveva avuto l’ambizione e quel miscuglio di qualità e difetti, che sembravano disegnati a regola d’arte, per Piccoletto. Per Nando, la trasgressione e i segreti del potere erano già un richiamo irresistibile. Così, il giovane efebo diventò il galoppino inseparabile del nano. Dopo qualche anno, col benestare della famiglia ignara di Nando, il ragazzo si trasferì nella casa-laboratorio. Al mondo, il nano lo presentava come «il Nipote». Ma, tra un’imbalsamazione e l’altra, in realtà, Piccoletto gli svelava i trucchi di molti altri mestieri. Gli concedeva le delizie del denaro, lo portava con sé in viaggio, gli forniva costosi stupefacenti: le emozioni estreme, soprattutto quelle dell’amore, erano il loro pane quotidiano. Ovunque e comunque capitassero.

Ma le creature fragili scivolavano spesso in quella foresta. E un giorno arrivò, allora, pure lei. Alicia: la ragazza con un gomitolo arruffato di capelli biondi, le labbra imbronciate, il cuore distrutto. Una nuova apprendista senza un soldo al laboratorio del nano. E stavolta, la giovinezza, la natura pulsante e viva di una donna, vinsero su quel loculo di animali guardoni, tra i cui occhi vitrei, pian piano, si confusero inermi anche quelli del Piccoletto. Perché Alicia e Nando s’innamorarono lì, nella sua tana, lavorando gomito a gomito tra carcasse di pennuti, orsi e buona musica.

Con le armi e le arti che Nando aveva appreso dal Piccoletto, Nando si trovò a combattere proprio lui: il suo maestro. Quell’amore adolescente, tra Nando e Alicia, cavò il demonio dalle viscere del nano. Ricatti, vessazioni, menzogne. Qualunque mezzo, specialmente i più bassi, per separare i due amanti. Invettive e bugie anche sul pancione di Alicia, nel quale stava crescendo la figlia di Nando.

Erano trascorsi quattro anni da quel mattino di agosto. Il giorno in cui il collo del Piccolo, come quello di un gallo, finì strizzato in un lungo fazzoletto. Impiccato dalla disperazione, dall’amore infetto del giovane Nando. Intero come un ghiacciolo in un sacco di plastica: un cumulo macilento senza più fiato. E un assassino che dorme avvinghiato, sereno come un angelo, alla sua bella sul divano: così profondamente, è la prima volta.

Non trascorrerà molto tempo, prima che Nando, colpevole, scivolerà dritto nel buio della galera. Il primo posto al mondo in cui, uomo, respirerà, comprenderà; non certo il posto ideale da cui chiedere a una compagna e una figlia di attenderti, ché quei giorni non saranno infiniti, e ne uscirai più pulito, più conscio, più uomo. Tu che pensavi di aver vissuto. Tu che avevi svuotato carcasse e riempito un cuore: fra tutti, il più piccolo e freddo.

 

Simonetta Caminiti

 

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