Nella fase finale del mio “periodo milanese” (nella redazione del Giornale di Alessandro Sallusti),  avevo una rubrica sui protagonisti della Radio, che, come capitale, da sempre ha proprio la cara Milano.

Oggi ho ritrovato (e li posto qui)  tre dei miei incontri per questa rubrica sul Giornale, spalla della domenica sulle cronache di Milano.

–          Massimo Oldani

–          Alessandro Cattelan

–          Lapo De Carlo.

 

E poi, giusto a conforto di quel “de todo un poco” che diverte e tempra qualsiasi formazione giornalistica, rispolvero due  “pillole” di cronaca nazionale (tanto diverse tra loro), che scrissi in quegli stessi giorni. Il Rosa e il Nero.

Il mio pezzo su Pietro Maso, killer dei suoi genitori tornato in libertà in marzo 2013.

E le donne che, nella Giornata internazionale della donna, sono quanto mai esemplari: quelle che hanno fatto tutto (incluso l’impossibile) senza le sospirate e dibattutissime QUOTE ROSA.

 

Parola alla radio…

 

«Io a New York, ma è questa la capitale dei dj»

 

Nel film I love Radio Rock (2009) , una stazione pirata degli anni ’60 trasmetteva, da una nave in mare aperto, la musica invisa ai benpensanti del Regno Unito. La rivoluzione sessuale s’aveva ancora da fare e il rock suonava il cambiamento. Milano ha avuto una stagione molto simile. Capitale italiana della radio, vanta le voci più importanti e più storiche. Ed è qui che Massimo Oldani (classe 1960), è nato, cresciuto, e diventato una radio-star. Questa città, in un certo senso, l’ha portata fino a New York con le sue lezioni. Ma è qui che, dice, ha il «privilegio di vivere».

Quali sono stati i suoi primi passi in radio? 
«Io nasco come ascoltatore molto curioso. Nel ’75 c’era un solo canale (e mezzo) televisivo, una sola stazione radio. Pirata. Era una finestra sul mondo fuori dai cliché musicali della Rai. Gli speaker parlavano un inglese “abboracciato”, ma di fortissimo impatto. Con 100mila lire potevi farti una stazione tua. Nel ’78 conducevo già un programma su Radio Milano International. Se penso ai supporti tecnici di allora, provo un sacco di tenerezza». 
Radio Capital, poi Radio 101, entrambe a Milano. Quali grandi incontri con la musica le ha regalato la sua carriera?
«In 35 anni di questo lavoro conosci chiunque. Ma penso a tre nomi su tutti. Anzitutto a Quincy Jones: produttore, tra gli altri, di Michael Jackson. Lo conobbi a un party a Milano che io stesso organizzai. Iniziai a parlargli dopo avergli versato addosso una flûte di champagne. Secondo nome, Prince. Lo conobbi a casa di Versace; non aveva aperto bocca con nessuno e quando disse “Buongiorno” al giardiniere di Versace fu un caso nazionale. Terzo nome Nile Rogers. Produsse Madonna e David Bowie ed era un pozzo di aneddoti e tecnica come chitarrista».
Ha portato a Milano a New York. Fu lei l’unica presenza non americana ai seminari di Vibe Music
«Ero anche l’unico caucasico: l’unico bianco! Non fui esattamente sommerso dalle domande, ma consideri che alcuni dei miei “colleghi” lì hanno una stella sul marciapiede di Sunset Bouevard. Fu lì che conobbi Nile Rogers, ma con me voleva parlare dell’Italia».
A proposito di Italia, che posto è Milano?

«È la città dove sono nato, vissuto, e dove vivo ancora. Una città che offre incredibili opportunità internazionali. E concerti strepitosi. Pur non avendo gli stessi spazi di altre città europee. Non vorrei esagerare se dico che è la New York d’Italia».
Cosa consiglierebbe a un “aspirante Massimo Oldani”?
«Tutta la mia generazione ha cominciato grazie alle amicizie e oggi la situazione è rimasta omologa. Il primo step di oggi è web-radio: facilità di approccio, platea (sulla carta) molto vasta. Il propellente – dimostrare di saper fare qualcosa che sullo scenario non c’era, rompere la routine – è lo stesso del ’75. Sei, oggi come ieri, artefice del tuo destino. Sconsiglio invece le scuole per dj: non servono».

 

CATTELAN, “LA TV TI RENDE FAMOSO, MA LA MAGIA E’ L’ETERE”

 

Milano è la sua città di adozione, la sua «Catteland», come il programma che conduce su Radio Deejay. Alessandro Cattelan è nato e cresciuto in provincia di Alessandria a Tortona, anche se oggi lavora e ha messo su famiglia a Milano. Ma nonostante la conduzione di X-Factor (subentrata quest’anno a Francesco Facchinetti), ne abbia fatto un personaggio di punta della tv, la radio resta la sua seconda pelle.
Chi meglio di lei può dirci se il video ha distrutto le carriere delle star «sonore»?
«Per ciò che mi riguarda, la cosa che so fare meglio è la tv ma quella che amo di più è la radio. In video lavoro con meno fatica, benché sia più stressante e dia più notorietà. Ma la radio offre più libertà. Un programma che ti assomiglia, è la cosa più bella del mondo».
Che significa «un programma che ti assomiglia»?
«Non avere vincoli, obblighi, solo ospiti che mi interessano. E non pensare mai a chi c’è a casa. Lo studio è piccolo e spesso ho la sensazione di parlare col regista, chi ho di fronte e nessun altro. Mi rendo conto di avere il pubblico quando finisco e arrivano i messaggi degli ascoltatori».
E quando arriva lo stress della tv le capita di pensare che le manca un po’ la radio? 
«Non proprio. Ma la televisione è un po’ un peso, come tutti i lavori. In radio invece non ho mai un malessere. La radio mi sorride, mi cambia l’umore».
Quando e come cominciò a lavorare a Milano? 
«Proprio a Radio Deejay, appena arrivato a Milano nel 2001. Ero un fan di quella stazione e Linus mi fece fare un mese di prova senza andare in onda: ogni mattina “facevo finta” di lavorare accanto a lui. Poi Radio KissKiss si interessò a me, e lì mi feci le ossa».
Un ricordo di Mtv, la svolta di molti professionisti del suo settore? 
«È stato un periodo fighissimo. “All Music” è stato il mio approccio ai canali musicali, ma non un vero lavoro, era molto “pane e salame”, disteso e con un pubblico scarso. Mtv è stato il periodo più bello. Rtl mi mandò in giro per il mondo: 5 volte solo in America. Poi ho scritto un programma con “Nongio” (Francesco Mandelli, oggi dei “Soliti idioti” ndr). Mtv ti creava una famiglia intorno, perché tutti conoscevano quel network ovunque, anche all’estero»
Come cambia la vita X-Factor? 
«Dal punto di vista personale, niente di particolare. È stato un passettino. Ora però tutti sanno cosa so fare».
Che rapporto ha con Milano? 
«È una città che ho un po’“sfruttato”. Questo lavoro si fa qui e basta perché sono qui case discografiche, radio ed emittenti. E qui ho una bimba: ormai mi sento a casa. Ma la ricollego un po’ troppo al lavoro. Con una professione pubblica, quando giro per la strada, quasi sento di non aver staccato la spina. Meglio Tortona».

 

Da “il Giornale” di oggi: Il derby sul filo della radio (Cronache di Milano)

C’è una radio che aspetta il derby come nessun’altra. Una radio che, per tutto l’anno, del derby di oggi porta persino il nome, ma al contrario: «Milan Inter». Il pubblico è parte integrante delle trasmissioni, si parla, si discute e si scherza su tutto. Ma i sogni sono una cosa seria. Chi vincerà? I milanisti sperano in un goal di Balotelli sotto la Curva Nord. Gli interisti già vedono il trionfo di Jonathan. Lapo De Carlo, conduttore di Radio Milan Inter, racconta che «stiamo trepidando da una settimana per il derby e abbiamo chiesto a chi ci ascolta ricordi e sogni personali. Ne abbiamo sentite di tutti i colori». De Carlo ha mosso i primi passi come animatore, è giornalista professionista e voce di punta di Radio Milan Inter. La sua carriera è cominciata con un grosso scherzo ai tifosi. «Siamo una realtà a metà strada tra Mai dire Goal e Quelli che il calcio. Ma parliamo di tutto». [Richiamo prima pagina]
[Articolo]
«Goal di Balotelli al 92esimo. Balotelli esulta sotto la Curva Nord e la invita a saltare con lui. Così vince il Milan. Invece, Jonathan che subentra 90esimo e, dopo un dribbling in area mette a segno la vittoria dell’Inter». Sono i racconti di Lapo De Carlo, conduttore e giornalista di Radio Milan Inter. I sogni a occhi aperti del suo pubblico che bombarda il telefono in redazione. Ma a Radio Milan Inter, tempio sonoro del prossimo derby, i pronostici e i sogni sono due cose distinte. A cominciare da Lapo: «Io sono interista. La mia fantasia sul derby? Doppietta di Alvarez sull’1 a 0 del Milan. E invece vincerà il Milan».
Aspettare e ascoltare la partita in radio è come essere allo stadio?
«A Radio Milan Inter, il pubblico è fatto di opinionisti attivi. Stiamo trepidando da una settimana per il derby e abbiamo chiesto a chi ci ascolta ricordi e sogni personali. Ne abbiamo sentite di tutti i colori».
Sono più i milanisti o gli interisti a seguirvi?
«Lo so che sembra una risposta di circostanza, ma è quello che penso davvero: dal mio punto di vista c’è un ex-aequo. E non dimentichiamo il pubblico juventino. A Milano siamo in una zona nevralgica per tutte e tre le maggiori tifoserie italiane».
Come spiegherebbe a un non-sportivo il posto in cui lavora?
«È una talk-radio che parte dal calcio ma parla di tutto. E lo fa con professionisti (di libri, di cinema di cultura, persino ambasciatori) ma soprattutto col pubblico. Niente ascoltatori pomposi e “soloni“: siamo una via di mezzo tra Mai dire Goal e Quelli che il calcio».
Ha iniziato come animatore, è un giornalista professionista e un conduttore di punta in radio. Il suo aneddoto portafortuna?
«Uno scherzo che finì su tutti i giornali. Dissi in diretta (complice Antonella Clerici) a Radio CNR che ero in collegamento da Palazzo Marino: la notizia (o meglio, la burla) era che a San Siro c’erano le falde acquifere! Niente più partite a Milano per i successivi cinque mesi. I tifosi reagirono con un delirio di massa. La stampa nazionale ci dedicò titoloni pregandoci di non fare più scherzi».
Come finirà il derby di oggi?
«L’Inter ha troppi infortunati. Se non dovessi guardarlo per lavoro, stavolta il derby non lo seguirei. Ma ho un debole per le cause perse e (dunque) per Alvarez: un calciatore sottovalutato dagli stessi interisti. Mi piace immaginare una rimonta sull’1 a 0 grazie a una sua doppietta. Alvarez è per me il nuovo Recoba».
Qual è il punto di forza di Milano, per chi sceglie la sua professione?
«Se una persona – una qualsiasi – vive in un’altra città, può svolgere una vita più serena, ma in nessun altro posto si cresce come in questo. Milano ha tutti gli strumenti per potenziare i talenti. Le possibilità. È un enorme timpano».

Da “il Giornale” di oggi: Pena ridotta per l’indulto. Pietro Maso torna libero

Ancora 4 giorni e sarebbero decorsi i 22 anni dietro le sbarre. È Invece tornato in libertà, Pietro Maso, passato alla storia come il «figlio killer» che a Montecchia di Crosara (Verona), il 17 aprile 1991, uccise il padre e la madre con la complicità di tre amici. Tre anni più tardi era stato condannato in Cassazione a 30 anni e due mesi di carcere. Una pena sgravata di 3 anni dall’indulto e di 1800 giorni (circa 5 anni) dalla liberazione anticipata. Niente più scotti da pagare per questo giovane divenuto uomo (ha oggi 42 anni) nella sagoma vuota e precisa della generazione «senza valori». La storia di un ventenne che massacra i genitori per intascare al più presto la sua eredità, incastrato dalla testimonianza di un amico dopo tre giorni dal delitto che, nei piani di Pietro Maso, aveva previsto anche l’eliminazione delle sue due sorelle.
Dopo la condanna, Maso scrisse una prima lettera di pentimento; nel 2008, detenuto, riuscì a sposarsi e nello stesso anno, nonostante i fiumi di polemiche, ottenne la semilibertà. Poteva lavorare di giorno fuori dal carcere. Tre anni più tardi, un «ti ammazzo» rivolto a un uomo a cui avrebbe prestato del denaro (circostanza che Maso ha sempre negato) la semilibertà e il lavoro stava per perderli. Il Tribunale di Sorveglianza soprassiede sulla semilibertà, ma un anno dopo il giudice di sorveglianza respinge la sua richiesta di commutare la detenzione in carcere in quella domiciliare. Maso ottiene oggi più di quanto non sperasse, probabilmente, allora. Ma torna in una città dove nessuno lo attende; dove la villa nella quale la sua famiglia, finita nel sangue, è stata venduta da anni: zona d’orrore divenuta franca. «Non è più nostro cittadino – commenta il sindaco -. Il paese ha voltato pagina».
Senza QUOTE ROSA. Il Giornale, 8.3.2013
Quella che, per prima dall’Italia, ha messo piede nello Spazio. Quella che, perse entrambe le gambe, ha deciso di correre più forte di prima e ci è riuscita. Quelle che sbarcano in politica. Il World Economic Forum ha collocato l’Italia al 71° posto per gli incarichi istituzionali consegnati alle donne: 21,6% di partecipazione femminile alla Camera e 18,7 al Senato. E mentre la Bocconi, su un campione di 8.100 comuni, rileva l’effetto positivo della politica al femminile, è una donna di 25 anni la deputata più giovane nel nostro Parlamento. Imbracciano armi, s’infilano nei comignoli per professione. Inventano robot per asportare un tumore, sbaragliano la concorrenza maschile nell’imprenditoria. E niente quote rosa.
 1) L’ATLETA. Giusy Versace (35 anni). Un incidente le ha amputato le gambe. Corre sulle stesse protesi di Pistorius, prima in Europa. 
 
2) LA DEPUTATA. La “grillina” Marta Grande (Civitavecchia, classe 1987) è la deputata più giovane in Italia.Si è laureata in Lingue in Alabama. 
 
 3) Venusia F. (32 anni, Frosinone). Artigliera di montagna, il suo 8 marzo è stato in Afghanistan. 
4) IL MEDICO. Franca Melfi (Pisa): ha messo a punto una tecnica per asportare i tumori con u robot. 
 
5) LA SPAZZACAMINO. Francesca Carnati (milanese). L’unica donna spazzacamino italiana. “Siamo dei tecnici – dice – e abbiamo ottimi macchinari”. 
 
6) L’ECONOMISTA. Raffaella Leone, vicepresidente di Eni, ha vinto il premio Bellisario. 

Comunque, da brava scribacchina che non dimentica niente, sul mio ex blog (simonettacaminiti.blogspot.com), inserivo di volta in volta tutti i miei pezzi: ma proprio tutti. Se uno proprio fosse a corto di cose da fare… E’ tutto lì. 
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