E oggi… ri-post. Giancalrlo Giannini su Style de Il Giornale: la mia intervista dell’autunno 2012. Cin!

Sarò cattivissimo. Ed è tutta colpa di Al Pacino

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«Abbiamo costruito computer, robot, armate automatizzate. Ma cosa succede, quando il nemico ruba le chiavi? Quando gli aggeggi che abbiamo costruito per difenderci sono rivolti contro di noi? È allora che si sono resi conto… che avranno sempre bisogno di uomini come noi». 
Uomini – non c’è partita per nessuno – come Giancarlo Giannini. Tale e quale a questo copione, recitato dalla sua voce, è la sua partecipazione al doppiaggio di Call of Duty – Black Ops II, la saga di videogame giunta all’ottavo capitolo. Altissima tecnologia, di quella che ti risucchia nel cuore della realtà virtuale, vellutata e cristallina come la terza dimensione, eppure coi suoni tutti umani dell’attore italiano più famoso al mondo. La voce del perfido Raul Menéndez. Il videogioco bellico che fa combattere (sullo schermo) 40 milioni di utenti online ogni mese, e due milioni in Italia. Battaglie efferate durante la Seconda Guerra Mondiale, il periodo della Guerra Fredda, e adesso, finalmente, la «Guerra Futura»: un capitolo di fantapolitica in cui il personaggio di Raul Menéndez detiene (materialmente) le chiavi della buona e della cattiva sorte dell’umanità. Le ha rubate all’infrastruttura militare americana, ed è deciso a distruggere il mondo intero. È anziano, emaciato e ha occhi di ghiaccio: ma quando Giancarlo Giannini lo «riempiva» con la sua voce, non poteva guardarlo. Si limitava a seguire grafici che, con la sua vocalità, ondeggiavano colorati. Un risultato che dà i brividi. 
Assomiglia a qualcuno incontrato nel suo passato di centosettanta film, questo «ectoplasma da guerra» di Call of Duty? «Ho doppiato su un diagramma: un asse di volume e tempo. No, non assomiglia a nulla di quello che ho fatto prima. Ma io non sono abituato a guardarmi indietro. E quando arriva un lavoro nuovo, che divertimento c’è se dai per scontato di saperlo fare?»

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Call of Duty è un videogame fatto con la stoffa del cinema. E Giancarlo Giannini, l’attore passato per le mani di Visconti, Monicelli, Ridley Scott e Francis Ford Coppola (con una nomination all’Oscar nel 1977, nel pieno della collaborazione con Lina Wertmüller), è anche un esperto doppiatore. Uno che il cinema lo vive in lungo e in largo, appare e scompare, ma lascia sempre il segno. Guai a dire, però, che i videogiochi e i film sono cose «reali», deputate a raccontare la verità. «La differenza tra un videogioco e un film – secondo Giannini – è che col primo puoi interagire direttamente. Ma in realtà, anche con un film qualsiasi puoi interagire. Con la fantasia, guardandolo più volte, immaginando finali diversi. A proposito dell’interazione – spiega – quarant’anni fa in America conobbi un italiano che si occupava di gravità e magnetismo. Mi portò in un salone immenso e mi disse: “Tu che sei un elettronico (Giancarlo Giannini ha un diploma di perito elettronico, ndr) e anche un attore, potresti partecipare al nostro progetto. Vogliamo creare la battaglia navale sul grande schermo, conciliare scienza e arte.” Qualche anno più tardi, naturalmente, lo hanno fatto davvero». 
Il momento più felice della sua carriera è stato negli anni Settanta. Com’era il cinema internazionale allora? E cos’è invece il cinema di oggi? «Era diverso il modo in cui producevamo. Eravamo più curiosi. Più consapevoli di raccontare “la grande favola”. E non c’era la frenesia, venuta fuori dalla televisione, di fare tutto rapidamente con la preoccupazione dei costi. Difatti i film erano più belli, ma appartenevano alla loro epoca. È cambiato il mondo». Naturalmente. Ma in che senso? «C’è paura. E la televisione ha contribuito molto a dare un senso troppo immediato e tragico delle cose. Accendi il televisore e c’è dentro tutto. Ho girato un film d’azione (che deve ancora uscire), una storia complessa, il calvario di un uomo in cui parlo, tra l’altro, di questo. Della paura dei rapporti umani». 
Provi a dirgli che l’arte (e il cinema in particolare) hanno tanto più valore quanto più rassomigliano a quello che ci circonda. Lui interrompe bruscamente: «Diciamo la verità. Attentati, vicende politiche, fatti storici: il cinema degli ultimi anni è tutto ciò. Benissimo. Ma il cinema è molto più potente di così: il cinema può tutto! La storia di Pasqualino Settebellezze (il film per cui Giancarlo Giannini fu candidato all’Oscar) era la storia vera di un napoletano in un campo di concentramento. Nessuno voleva farla. Io volevo fare “Pulcinella” in un campo di concentramento, derogando dal neorealismo, facendo una cosa completamente diversa. Prendere gli attori dalla strada? Rossellini detestava queste abitudini del neorealismo: era fiero di scritturare gli attori più bravi e più pagati dell’epoca. La verità è là fuori. Il cinema deve fare di più». 
Il che conferma, però, che non tutti i voli di fantasia siano bei sogni… «Guarda questo videogame. C’è combattimento, sangue. Ma va benissimo. È finto! È solo… verosimile. Con questo principio, la storia in un italiano qualsiasi può svolgersi dall’altra parte del mondo, in Canada, o chissà dove, anche sottoterra, perché resta comunque solo la storia di un uomo. È questo che cerchiamo». A proposito di italiani che potrebbero trovarsi – e vivere – ovunque: è vero che, dopo la nomination all’Oscar, Giancarlo Giannini avrebbe potuto fare i bagagli e sbarcare definitivamente a Hollywood? Perché ha finito col vivere in Italia? «Il mio primo successo americano fu Film d’amore e d’anarchia, sempre di Lina Wertmüller. Ma in America, “fammi un italiano”, significa vestire un po’ i panni di “Arlecchino”, non stabilire le giuste differenze e sfumature. Ho rifiutato le proposte di registi americani molto importanti anche per questa ragione. In America, è tutto molto più superficiale. Ma fanno un cinema migliore del nostro». Perché? Semplice: «Perché hanno capito a cosa può arrivare un film. Lessi un copione. Una lettura incuriosita, non finalizzata a interpretarlo. Dissi ad Al Pacino, che per me era una stronzata. “Ma come una stronzata?” replicò lui. “Questo è un film che incasserà moltissimo”. Ma noi italiani ci trasciniamo un bagaglio di tradizione e cultura che penalizza il gioco. Loro ci sono più avvezzi». 
Al Pacino, appunto. A un certo punto, facendo zapping col telecomando, puoi imbatterti nella sua voce. La sua voce italiana. Ma poi non trovi Al Pacino. Trovi la faccia di Giannini (del resto è sua, quella voce) accanto a James Bond, che sta recitando a tuttotondo. Con gli stessi occhi azzurri, con tenui striature sottobosco, che si dilatano e parlano qui, adesso. Ha stretto tra le braccia le attrici più belle e talentuose del Paese. E sa ancora come far sparire tutto questo e diventare «una voce». La voce di un altro. Cos’è il doppiaggio, secondo Giancarlo Giannini? «Una mostruosità. Una trasformazione. Ma anche un gioco fantasioso: che ti obbliga a mimetizzarti per aiutare quel “poveraccio” che parla inglese, e lo rendi credibile in un altro Paese. Credibile. Non vero. Mi raccomando».

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