Un altro paio di pezzi che è stato importante scrivere. Rispettivamente, una scoperta scientifica, e una incredibile storia.

Da “il Giornale”: Svelato il segreto della «depressione che uccide»

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(di Simonetta Caminiti)

La diagnosi corretta del disturbo bipolare potrà evitare molti suicidi.

È un ateneo giovane, quello di Lugano. Fondato nel 1999 dal prof. Paolo Sotgiu, qualificato come «Libera Università degli Studi umani e Tecnologici», inaugurerà il prossimo anno accademico lunedì 5 novembre. Con le lectiones magistrales di due scienziati (il prof. Umberto Veronesi e il prof. Massimo Cocchi) e del filosofo Fabio Gabrielli.
Massimo Cocchi, medico, docente di biochimica e direttore dell’Istituto Paolo Sotgiu (per la ricerca in psichiatria e cardiologia) ci spiega a quale scoperta scientifica sarà legato il suo intervento. Una scoperta che affonda nei processi biologici del cervello (partendo da un lungo studio sugli animali) la fondamentale differenza tra il disturbo bipolare e la depressione maggiore. Disordini dell’umore che troppo spesso ricadono nel calderone di una diagnosi errata, mentre il 90% delle morti, nei pazienti bipolari, è causata da suicidi. E soprattutto – lo ha reso noto il Ministero della Salute – il 70% dei suicidi è legato a un errore terapeutico. Troppo spesso l’errore è, probabilmente, accomunare i sintomi del disturbo bipolare a quelli della depressione. «Ma – ci spiega il prof. Cocchi – se allo psichiatra serve il cosiddetto “sintomo psicotico”, per attestare una diagnosi di bipolarismo, oggi abbiamo in mano qualcosa che lo distingue precisamente dalla depressione. Nell’Uomo e nell’Animale. Qualcosa di ordine genetico».
Insomma, si tratta di uno studio grazie al quale, secondo il Premio Nobel Kary Mullis, «sarà possibile capire se un paziente ha intenzione di suicidarsi». «Tra il 2005 e il 2006 – racconta Cocchi – abbiamo avviato uno studio su 84 maiali, suddivisi in un gruppo di soggetti cosiddetti “normali”, e un gruppo con diagnosi certa di disturbi dell’umore. Gli acidi grassi nei soggetti patologici si presentavano in significativa quantità rispetto a quelli dell’altro gruppo». Via di questo passo, prima con il supporto del matematico Luca Tonelli (che inquadrò i risultati dello studio in una funzione «non manipolabile»); poi con una ricerca finanziata dalla Regione Marche su un campione di più di cento soggetti umani, e con l’appoggio di un gruppo di psichiatri, si è giunti al probabile segreto che separa il bipolarismo dalla depressione maggiore: «un mancato passaggio dalla piastrina al neurone. Una membrana capace di trattenere più o meno serotonina». La serotonina, l’ormone che definiamo, comunemente, come la traccia organica del «buonumore». Ebbene, l’errore terapeutico, quando non si diagnostica correttamente il disturbo bipolare, è proprio quello di trattare questo ormone allo stesso modo in due casi che, nella biochimica dei pazienti, sono ben differenti. Il rischio? Non curare il soggetto bipolare. Affetto da un disturbo delicato e ancora, evidentemente, poco conosciuto, che troppo spesso porta a soluzioni disperate «legate – prosegue Cocchi – a un evento esterno, che però il soggetto non percepisce a livello cosciente».
Studi che vanno avanti, quelli di Cocchi, adesso specializzandosi proprio sulle cause patologiche del suicidio. A Lugano, dove lavora come docente esterno da dieci anni, Massimo Cocchi ha dedicato al fondatore Paolo Sotgiu l’Istituto «per la ricerca in psichiatria e cardiologia quantitativa e quantistica». Una promessa, con attestati internazionali, e ancora un lungo cammino.

“Mio padre Maira? Sono io a non riconoscerlo” (Simonetta Caminiti per Il Giornale)

accademia di francia
«Si ricorda il film Sliding Doors? Tutto poteva essere diverso, se avessi saputo. Forse avrei cercato il mio vero padre. Forse mi sarei laureata in Fisica Nucleare. O magari proprio no. Ma tutta la mia vita poteva andare in altro modo». Francesca Maira, 44 anni, dice che una presa di coscienza al momento giusto sarebbe stata come le porte scorrevoli del destino: questa strada o quell’altra, o mille altre, un passato, un presente e un futuro dei quali – dice – oggi si sente privata. Coscienza di cosa? Cos’è che ha scoperto a 38 anni, già moglie e madre? Che una parte della sua identità, la persona che l’aveva allevata come un padre biologico (del quale tuttora porta il cognome), in realtà suo padre non è. Sposò la madre, Roberta, a 25 anni, riconoscendo la neonata come sua figlia. Oggi, il prof. Giulio Maira, neurochirurgo di fama internazionale, consulente del Fas (Fondo Assistenza Sanitaria dello Stato Città del Vaticano), ha una nuova famiglia, una nuova vita, ha chiesto l’annullamento di 40 anni di matrimonio presso la Sacra Rota, e scende in tribunale per disconoscere Francesca: un dialogo a suon di cause legali, la cui battuta più recente è una querela della donna a carico del professore, lo scorso 2 marzo.
Che padre è stato, Giulio Maira?
«Un padre attento, presente: uno che ti consola se qualcosa non va. Come si può definire un buon padre? È più facile capire cosa sia uno cattivo. Un buon padre fa quello che tutti si aspettano, e lui era così».
C’era qualcosa in cui pensava addirittura di somigliargli? 
«A me dicevano sempre che avevamo tante cose in comune. “Sei uguale a papà: gli hai staccato la testa!” e le frasi un po’ stupide che tutti ci siamo sentiti dire. Come tutti i bambini, io pensavo di essere Anastasia di Russia, una principessa incompresa nel suo genio. Ma ero serena. Niente traumi o sconvolgimenti».
C’è mai stata una scelta di vita in qualche modo “orientata” da quello che pensava fosse suo padre? 
«No. Mai. Ma collaborammo professionalmente. C’era un’associazione di ricerca che tra l’altro esiste ancora. Io mi occupavo della parte non scientifica (non sono un medico): la parte logistica, organizzativa, la raccolta fondi».
La verità le arrivò quindi tra capo e collo… 
«Nel febbraio o marzo del 2006, mio padre è andato a vivere con un’altra donna. Credo ci fosse il desiderio di crearsi tutta una nuova esistenza, cancellando la precedente e non lasciando più niente a noi. Così si sarebbero persi i diritti ereditari».
Lo seppe per bocca di suo padre? 
«Assolutamente no. Una mattina andai da mia madre, che era distrutta. Le avevo chiesto spiegazioni. Mi erano giunte delle “voci”: lei scoppiò a piangere ma non rispose. Fu mio zio a dirmelo. Mi raggiunse a Roma apposta, e me lo disse durante una colazione vicino al mare. Un segreto di 38 anni».
Possibile che non ci fu un po’ di rancore anche verso sua madre? Anche lei sapeva, dopotutto.
«All’inizio la rabbia era stata più forte verso di lei: pensavo fosse anzitutto suo compito proteggermi. Loro due erano una costruzione societaria della quale io non facevo parte. Non è solo questione di soldi. Era la mia vita. I miei ricordi. Tutto».
Lei lo ha denunciato per falso in atto pubblico… 
«Lui ha dichiarato il falso: questo è pacifico. Ha conosciuto mia madre che io ero già nata. Per amore verso di lei, immagino, dichiarò che io ero sua figlia. In realtà con lui ho diverse cause, ma questa è l’unica in cui attacco, perché nelle altre mi limito a difendermi».
Cosa le fa più paura, se pensa di perdere questo cognome? 
«Questo è il mio cognome. Io sono Francesca Maira. Mi sono chiamata così anche da sposata, in due matrimoni. Ma chi è cambia il cognome?»
Che persona è Giulio Maira? 
«Il più grande professionista del suo campo, in questo paese. Per il resto, io non lo riconosco più. È stato un padre ammirato, amato, un grande amore, ma la stima verso di lui è del tutto crollata».
E come finirà tutto questo, in tribunale? 
«Con tutto quello che mi è successo, questa è davvero l’ultima domanda a cui posso rispondere. È l’unico vero mistero che resta».
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