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L’angelo custode non passa di moda, insomma: anzi, tiene il passo. In C’è posta per te, il primo amore internautico raccontato dal cinema,  Meg Ryan confessava di non attribuire importanza a chi mai potesse leggere un suo messaggio: agli occhi (reali) che sarebbero affondati su un suo sfogo, lo avrebbero raccolto, custodito o tradito. Tom Hanks, dall’altro capo del computer, leggeva perciò che quelle parole dovevano solo «essere gettate nell’etere», senza bisogno impellente di una risposta. Una battuta che, poco prima del Terzo Millennio, avremmo definito futurista, quasi incomprensibile: ma che oggi, dati alla mano, centra il segno. Niente marca il nostro desiderio di socialità e di identificazione, niente somiglia di più a un universo che si espande, quanto quell’«etere» in cui ciascuno di noi, oggi, ha imparato a galleggiare. A dialogare, a cercare, a rimbrottare, a leccarsi le ferite. A cercare, senza più un gusto e uno scopo precisi, l’Altro. Un’ombra vigile che, per gioco o per passione e fiducia sincere, immaginiamo esistere in una costellazione sconosciuta e, da laggiù, completarci come nessuno. E al tempo in cui le preghiere viaggiano sui diari Facebook e tra i messaggi di WhatsApp, il tempo in cui la solitudine non è mai stata così affollata, il meno che poteva succedere era questo. L’Angelo custode appende l’aureola al chiodo. E accende il router.

 

E, dopo aver parlato di angeli, si va dal Papa… a Cassano allo Jonio per una puntata – speriamo – felice e indimenticabile della storia della mia terra.

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