La mia conversazione col Premio Nobel per la pace Shirin Ebadi: personaggio splendido, seppure, per i gusti di un giornalista, troppo diplomatico (troppo Nobel per la pace?) nelle risposte! Donna espressiva e intensa, conversazione indimenticabile.

“Il dialogo con Teheran non serve a nulla”

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Ha il viso disteso, sorride spesso: lineamenti che paiono subito persiani purosangue. Shirin Ebadi (Premio Nobel per la Pace 2003, 64 anni) è ospite dell’Asiatica Film Festival di Roma.
Iraniana e musulmana, nel 2009 ha subito il sequestro del Premio Nobel, oltre alla confisca del suo appartamento e della sua pensione: quella che riceveva per il lavoro svolto presso il Ministero della Giustizia, costellato di battaglie per i diritti civili del suo Paese.
È cronaca di questi giorni: sei anni di reclusione per il regista iraniano più conosciuto al mondo. Censure che suscitano clamore perché riguardano la categoria degli artisti, cioè la minoranza più esposta.
«Nel nostro Paese, gli spazi stanno diventando sempre più chiusi. Ho incontrato proprio in questo festival un cineasta iraniano, Mohammad Rasoulof. È stato condannato a un anno di carcere anche lui, e in appello: il tempo di tornare in Iran e sarà arrestato.
Gli ho chiesto: “Tornerai a casa, in Iran?” e mi ha risposto, nonostante tutto, “Assolutamente sì!”. Per non parlare dei tre documentaristi per la BBC che si erano occupati di Panahi…»
L’Iran di Ahmadinejiad. Quali sono i sentimenti dei suoi cittadini, oggi?
«Ahmadinejad non ha mai – e dico mai! – goduto di un ampio consenso nel nostro Paese. Ha vinto due volte le elezioni con la frode, falsificando i risultati. Avete dimenticato le manifestazioni di milioni di persone nel giugno 2009?»
Due anni fa, a proposito dell’Amministrazione Obama, Lei parlò di un possibile “nuovo corso” rispetto alle scelte che aveva fatto Bush nei rapporti col suo Paese. Cosa pensa oggi?

«Io speravo tanto che i problemi tra l’Iran e l’America potessero risolversi col dialogo. Condizione che non è stata assolutamente realizzata, per adesso. Continuare su una linea simile non è a favore dell’Iran: poco ma sicuro».
I premi Nobel per la Pace, quest’anno, sono stati assegnati a tre donne. Le donne hanno una marcia in più nella lotta per i diritti civili?
«Certo. E sono così felice della loro elezione, faccio loro i miei auguri più grandi. È un messaggio fondamentale per tutto il mondo. Nessuna società può realizzarsi sotto il profilo democratico senza l’affermazione dei diritti delle donne».
Un regime tende ad accanirsi e ad arginare quello che teme di più. Perché il fondamentalismo islamico si ostina a limitare così tanto la libertà delle donne?
«Lo ha osservato lei stessa. Gli islamici hanno paura del mondo femminile. Le donne che svolgono attività per i diritti umani sono trattate come sovversive, e sono sbattute in carcere perché vogliono una cosa: la democrazia. Penso di essermi spiegata abbastanza».

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Dal lusso allo shopping, perché andare a Istanbul

E, a seguire, il mio viaggio per il Giornale in una Turchia “diversa”, occidentale, una Istanbul turistica che, vent’anni fa, non avremmo immaginato così “né in cielo né in terra”. E invece oggi è così perfino “in cielo”: perché la compagnia aerea nazionale è un guinness di qualità e un ponte fra tre continenti, espressione di un’economia che non ha subìto gli scossoni della crisi. Anzi.

Il mare calmo, che scompiglia sulla superficie le luci della città e disegna le ombre dei sultani. È una notte fresca e umida: le sponde dell’Asia scorrono nelle vetrate di un battello ma, dal lato opposto, ecco quelle d’Europa. Siamo sul Bosforo, a Istanbul. Il palazzo Topkapi (quello del sultano) si erge sul basso promontorio, proprio tra le acque del Corno d’Oro e quelle del Mar di Marmara; a un soffio da qui, vedremo le case ottomane.
È una cena a base di specialità che ricordano le atmosfere speziate d’Oriente e la cucina greca: siamo qui per un’iniziativa della Turkish Airlines, il Nict 2011. «Next in Corporate Travel» è il nome esteso del progetto, il cui tema quest’anno è l’equilibrio tra «la crescita internazionale dell’azienda e il risparmio dei costi per i viaggi globali». Oltre all’adesione di aziende italiane partite da Roma, Milano e Venezia, la compagnia aerea turca ha invitato referenti francesi, olandesi e belgi, per un tour di tre giorni che immerge nella storia, nell’arte, e soprattutto negli ingranaggi del commercio nazionale.
Una Turchia pregna d’Oriente, quella che vediamo nel centro storico, tra la basilica, poi moschea e oggi museo, di Santa Sofia, l’Ippodromo, o la caratteristica Moschea Blu. Tutt’altro sapore hanno le strade trafficate della città, i centri commerciali che fiancheggiano l’asfalto: e soprattutto, il mondo che troviamo tra le pareti dell’albergo (il Blue Radisson) dove ci attende una conferenza sulle «future tendenze dei viaggi di lavoro». Le seguirà un tour ricco di particolari presso l’aeroporto di Istanbul, con tanto di simulazione di volo (ai confini con la realtà virtuale) presso il Training Center.
«Futuro» è in effetti la parola chiave di questo breve viaggio, il cui scopo è informare le aziende di quattro paesi europei circa la creatività e l’efficienza che servono al business di domani, senza dimenticare l’ottimizzazione dei costi.
Turkish Airlines è una compagnia che porta in cielo, e su moltissimi aeroporti intercontinentali, lo sviluppo del suo Paese. Un Paese che si è aggiudicato l’epiteto di «Cina d’Europa»: solo all’inizio di quest’anno, l’economia di Ankara rilevava una crescita dell’11%: sviluppo sopravvissuto alle impennate della crisi, tra il 2008 e il 2009, e che registra una media annua pari al 4,6%. Si tratta di una politica e un’economia sempre più mirate verso privatizzazione e apertura dei mercati, con uno svecchiamento delle infrastrutture e una crescita dell’industrializzazione estesi oggi a tutto il Paese. Un modello autonomo, che difende la democrazia laica nel perimetro di uno stato islamico.
Sezgin Sağlam, vicepresidente senior della Turkish Airlines ci spiega, piuttosto, in quali aspetti l’aviazione e la terraferma turche siano strategiche rispetto ai competitor internazionali. «Ci sono compagnie come Lufthansa, Airfrance, British, fornite di un ottimo network, cioè moltissime destinazioni. La loro qualità però è inferiore a quella dei prodotti mediorientali. Il Medio Oriente ha la qualità, ma non una connessione all’altezza delle compagnie europee. Noi conciliamo entrambe le esigenze: ampiezza delle destinazioni, e ottimo servizio. E le nostre tariffe sono convenienti».
Sono aziende europee, quelle che partecipano al Nict 2011, ma non è una Turchia con lo sguardo fisso sul nostro continente, quella che incontriamo. Tra gli obiettivi del progetto c’è infatti la promozione di Istanbul come «fulcro internazionale verso l’Oriente tutto e l’Africa». È una posizione geografica vantaggiosa, quella di Istanbul, anche e soprattutto per noi italiani. Tra i progetti della Turkish Airlines non manca l’aeroporto di Catania, che si aggiungerebbe a quelli già attivi, per la compagnia, di Roma, Milano, Venezia, Torino e Bologna. «Adoriamo l’Italia e speriamo di essere corrisposti – dice Sağlam – e inoltre le siamo vicini geograficamente. Istanbul è una base molto comoda per i voli dall’Italia verso il continente asiatico e le città africane».
Quelli della Turkish sono piani ambiziosi: l’attuale flotta è composta da 180 velivoli, ma l’obiettivo è giungere a 250, spargendo più radici (per una ventina di nuove mete) anche in America. L’allarme PKK? «Un problema che riguarda specialmente il Sudest, ma non ci preoccupa».
Intrecciare tradizioni diverse, conciliare i tesori del passato con esperienze innovative: comporre una nuova fisionomia meticcia e di straordinario fascino. È questo il messaggio del Nict 2011, attento alla classe commerciale quanto alle necessità di un turista che, curioso, decida di affacciarsi su una delle città più ricche di carattere in tutto il mondo.

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