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«Io sono una barchetta nel mare di parole e regole. Loro sono il mio faro (Grazie)». Una dichiarazione d’amore ai tempi di Twitter , ma che qualcuno rivolge a un «Loro» di quattrocentotrentun anni.

L’Accademia della Crusca, l’istituto deputato a difendere – e, per quanto possibile, diffondere – la purezza e correttezza della lingua italiana, è sbarcata sui social network . Come una tata pronta a dispensare bacchettate nell’universo più anarchico, quello che la lingua, lentamente, può smussarla e cambiarla anche a forza di strafalcioni. Il social , lo stato cibernetico della parola: quello in cui è lecito dubitare anche delle più radicate certezze.

«L’esatta grafia di “qual è” – scrivono gli accademici su Facebook – non prevede l’apostrofo in quanto si tratta di un’apocope vocalica e non di un’elisione. E non ci arrenderemo mai». Uno status perentorio ma dotato di smile , la faccina che strizza l’occhio a chi legge, smorzando e accentuando, allo stesso tempo, la sua autorevolezza.

Un account su Facebook e uno su Twitter . Il trucco è farli interagire senza mai renderli identici. Come spiegare l’uso del congiuntivo? Nell’impero delle immagini, che parlano alle viscere ma arrivano prima al cervello, può bastare una vignetta. Batman e Robin; Robin che dice: «Se vorrei» e l’amico che gli sferra un pugno strillando: «Volessi!». Su Facebook , ancora, l’Accademia ha lanciato le «#CartolinedallaCrusca»: una sequela di cartoline digitali (in tutto e per tutto simili a quelle che inviamo dalle villeggiature) affrancate con un quesito sulla lingua italiana, cui segue una risposta completa nel testo della cartolina. Su Twitter , l’annuncio di questa campagna e il rilancio delle cartoline.

Il primo tweet dell’Accademia? «Risale al 7 novembre 2012». A chiarirlo è Vera Gheno, responsabile dell’ account della Crusca su Twitter . Specializzata in «comunicazione mediata dal computer», la ricercatrice gestisce oggi questa pagina e i suoi 17mila follower . Una iniziativa – l’ account Twitter , ma anche quello su Facebook e il canale Youtube dell’Accademia – nata in occasione dei quattrocento anni dalla prima edizione del Dizionario della Crusca , del 1612. A occuparsi di Facebook è un’altra donna: Stefania Iannizzotto, specialista della lingua del Cinquecento, ma anche conoscitrice della comunicazione televisiva e amministrativa. È proprio Stefania a raccontare che su Facebook, in un solo giorno, la pagina dell’Accademia «aveva già più di mille fan». Più lenti i «seguitori» – come li chiama provocatoriamente Vera Gheno – su Twitter. Lingua italiana, istruzioni per l’uso, insomma, anche in un campo minato di storpiature e licenze che fanno tendenza, quei ceffoni alla lingua che rischiano di cambiarle i connotati, ma che, in queste pagine al passo coi tempi, trovano agguerriti garanti.

Non fa specie che l’Accademia della Crusca abbia scelto di svecchiare metodi e tattiche di diffusione, mescolandosi con l’universo profano della Rete. È più strano che la Rete, così com’è, le sia corsa dietro, creando un seguito al di sopra dei sospetti. Ma perché? Le due social media editor hanno una teoria: «Anche se è vero che nelle comunicazioni social prevale spesso il whateverismo linguistico teorizzato da Naomi Baron – spiegano le ricercatrici -, ovvero un generalizzato scarso interesse per la forma a favore del contenuto, c’è anche molta «fame» di conoscenza linguistica. Usare il nome della Crusca per diffondere un po’ di norma da una posizione riconosciuta pressoché universalmente come autorevole può fare la differenza». I dubbi e le perplessità che fanno tremare il nostro italiano, insomma, non cercano conforto solo nei vocabolari, ma affollano la casella di posta dell’Accademia. Internauta confuso chiama Base: si chiarirà le idee in tempo reale, e con tanto di smile .

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