OSCAR: MIGLIOR REGISTA CLINT EASTWOOD

È l’opposto di quando tutto esplode e si consuma troppo presto. L’opposto di quella sfilza di enfant prodige che hanno ipnotizzato una generazione, per poi estinguersi nel dimenticatoio come pallide meteore.

Un esempio? Ron Howard, il Ricky Cunningham di Happy Days (genietto sì, ma nella finzione) che si è scoperto regista solo in una seconda vita, vincendo un Oscar come cineasta a quarantotto anni (che non sono moltissimi: ma Howard si era votato alla carriera d’attore già da bambino, e aveva conosciuto la celebrità sotto queste vesti). Capisaldi lampanti di questa categoria anche artisti come Van Gogh e Cézanne. Scomparso a soli trentasette anni, Vincent Van Gogh dipinse 864 tele: ma impugnò il pennello a 30 per la prima volta. Paul Cézanne, invece, dovette iniziare e interrompere studi universitari e servizio militare prima che il sacro fuoco della pittura si scatenasse.

Simile a quella di Ron Howard è la vocazione di regista di Clint Eastwood, noto al grande pubblico prima come volto dei western, ma premio Oscar due volte come cineasta: la prima a 63 anni, la seconda a 72. Fuori moda da tempo dare degli «sfigati» a uomini e donne che non si fossero ancora laureati a 28 anni: ma, se qualcuno ci stesse ancora pensando, a Hollywood cambierebbe idea. Perché Sylvester Stallone, classe 1946, è diventato Rocky a 30 anni compiuti. E ha ottenuto successi anche come pittore – vero istrione della creatività – solo nel terzo millennio.

Joseph Conrad era, nella letteratura, un genio con scarsi precedenti. Il suo interminabile nome di battesimo era polacco, come lo Stato d’origine e nel quale si era formato. Ma imparò l’inglese meglio della maggior parte dei madrelingua, tanto da generare opere letterarie che, in inglese, divennero un metro di correttezza anche per la lingua. A che età? Il suo capolavoro, Cuore di tenebra , arrivò a 32 anni, ma in un 1899 nel quale la soglia dell’età adulta era ben in anticipo rispetto a oggi.

Prima di diventare una scrittrice e giornalista, Natalia Aspesi aveva lavorato per un’azienda che produceva macchine per impastare formaggi. Il suo exploit sulla carta stampata arrivò dopo i 40 anni. Altro fenomeno tutto italiano, l’attore Francesco Pannofino, voce arcinota ma volto sconosciuto fino ai 50 anni suonati: quando la serie Boris ha portato alla ribalta delle cronache anche i suoi occhi e baffi nerissimi.

Comprendere il proprio talento e, in qualche caso, i suggerimenti del «destino» può costare inciampi, scivolamenti, carriere spezzate e tentoni aggrappati a un corrimano sbagliato. Anche per decenni. Ma nei casi illuminati esplode e non torna più indietro. Sam Savage, fenomeno letterario americano per il suo romanzo Firmino (Einaudi 2008) ne fece di tutti i colori prima di mettersi a scrivere. Ricercatore in filosofia, tra gli Stati Uniti e l’Europa. Ma fu anche falegname, pescatore professionale, grafico di pressa. E, a occhio e croce, gli scrittori sono davvero i più lenti ad afferrare la penna e farne un capolavoro. Margaret Mitchell, autrice di Via col vento , fu studentessa in medicina, cronista, ballerina e due volte moglie, prima che romanziera.

Una forza misteriosa dice loro che ce la faranno. Non sanno se crederci, fin quando non succede. Ma quel che arriva più tardi, qualche volta, è la sola cosa che dura per sempre.

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