DI SEGUITO, UNA VALANGA DEI MIEI SERVIZI DI CRONACA REALIZZATI A MILANO, PRESSO LA REDAZIONE DE “IL GIORNALE” NELL’INVERNO 2013

La strada delle abbazie: quei percorsi prodigiosi fra fede, storia e natura

  Lun, 18/02/2013 – 07:06

L’idea del Consorzio dei Navigli nasce da una promozione turistica e ambientale del territorio della provincia di Milano (l’Est Ticino). Un servizio a disposizione di 130mila abitanti, che negli scorsi anni ha anche commissionato un’indagine sulle potenzialità turistiche dell’intera area, in collaborazione con Assolombarda e IULM. Idee che mietono frutti, quelle della Lombardia, in fatto di riscoperta della territorio, mappe che collegano luoghi storici ma poco conosciuti, e perfino percorsi ciclabili di lago in lago. La Provincia di Varese ha realizzato vari itinerari ciclabili, che coprono circa settanta chilometri. Lo specchio d’acqua di Varese (28 km), collegato col lago di Comabbio, compone infatti l’anello dei laghi che il ciclista potrebbe percorrere addirittura fino al Lago Maggiore (Sesto Calende, dove sorgono tratti del parco di Ticino): sono all’attivo vari progetti, nella provincia di Varese, proprio per immergere le «due ruote», i muscoli e la fantasia in un lungo tracciato ad hoc.
Ventidue Comuni sono invece quelli coperti dal Consorzio dei navigli, ma sulla stessa traccia: disseppellire spaccati d’identità, guardare (con occhio religioso o laico) quel lato di Milano che sembra lontano dal traffico, della «movida», dalla frenesia di ogni giorno. E che invece con tutto questo coesiste senza dare nell’occhio, quieto e immobile ma colmo di cose da raccontare. Sul sito dei Navigli, le informazioni affondare il primo passo.

I diktat delle multinazionali e i costi della tecnologiala storiaAnche per gli orologiai milanesi è l’ora della crisi

  Sab, 09/02/2013 – 07:20

Il tempo che scorre è la loro specialità. Regolare e silenzioso in un cerchio dove tutto, piccolo piccolo, fa la sua parte.

Gli orologiai formati dalla Regione Lombardia sono talmente qualificati che in Svizzera (patria della precisione, in fatto di orologi) trovano il lavoro che qui non c’è, e sono sempre più invogliati a emigrare.
Il settore però sta accusando colpi ancora più forti. Ed è per questo che l’Associazione orafa lombarda ha organizzato un dibattito tra i suoi professionisti: Rodolfo Saviola (rappresentante degli orologiai), Rino De Feo (consigliere dei dettaglianti), Rinaldo Cassani (docente di orologeria al Politecnico del Commercio), Mario Peserico (presidente Assorologi), e Marco Donzelli (presidente Codacons). Il mercato degli orologi richiede da oltre cinquant’anni assistenza e interventi svolti regolarmente da 24mila negozi e 5mila orologiai. Da qualche anno, però, la categoria lamenta gli imperativi delle multinazionali, le quali distribuirebbero col contagocce le forniture necessarie per le riparazioni degli orologi. Veti, prove di idoneità alle quali gli orologiai devono rispondere tempestivamente (e che troppo spesso cambiano, lasciandoli spiazzati): caratteristiche senza le quali i professionisti non avranno l’autorizzazione delle multinazionali a ricevere le forniture, e quindi (soprattutto) le forniture materiali. «Per esempio – spiega Andrea Sangalli, presidente dei dettaglianti dell’Associazione orafa lombarda – ci impongono tecnologie molto aggiornate, che però potrebbero essere modificate l’anno successivo; o corsi di formazione che ci prepariamo a seguire, ma poi non sono disponibili».
Chi si ritrova con un orologio delicato (e magari pregiato) da riparare, spesso è costretto a rivolgersi proprio alle multinazionali: e i costi sono piuttosto alti, come in tutti i casi in cui l’occorrente per risolvere un problema si trova in poche, pochissime mani. «La nostra categoria – prosegue Sangalli – ha sempre subìto la logica del Divide et impera: ognuno ha lavorato per conto suo. Se invece l’orologiaio singolo riuscisse a consorziarsi, si riunisse in categorie, il dialogo con le grandi società sarebbe più facile. Il massimo sarebbe un albo, ma l’Unione Europea non ne vuole più, e a noi, a questo punto, è sufficiente un’associazione che funzioni». Gli obiettivi dell’Associazione Orafa Lombarda vanno verso parametri più obiettivi e universali (anche in fatto di strumentazione) in base ai quali assegnare le licenze che servono a svolgere il proprio lavoro; macchinari che tarino, per esempio, precisione e impermeabilità di un orologio, e che siano uguali, e possibilmente stabili, proprio per tutti. Le case orologiaie dispenserebbero così – si spera – più possibilità di portare al polso orologi di qualità e soprattutto funzionanti, a prezzi più moderati e confrontandosi direttamente con l’orologiaio. L’ennesimo mestiere che si forma e si specializza a spese del nostro Paese per trovare da vivere altrove. A dirla con un gioco di parole: il perfetto segno dei tempi.

Fantasmi, torture e leggende La Milano che mette paura

  Ven, 01/02/2013 – 07:14

A ogni città, come nemmeno a una donna, restano in dote eterni «misteri». Incognite racchiuse in un monumento, figure umane mimetizzate in un muro, oggetti scomparsi che un tempo erano sotto gli occhi di tutti.

E perfino – così dicono – visite di spettri affascinanti. A scrutare i dettagli di Milano, rebus e leggende sembrano non finire mai.
Nella Basilica di Sant’Ambrogio, appena fuori dalla struttura, sorge una curiosa colonna in marmo: sulla superficie, due profondi fori distanti tra loro circa 25 centimetri. Praticamente un paio di occhi aperti. Secondo la leggenda, il diavolo cercò di tentare e sedurre Sant’Ambrogio proprio lì: da quelle fessure che – dicono – sprigionano tuttora odore di zolfo. Quando si dice «se queste mura potessero parlare», forse non si sa che certe mura, a Milano, possono «ascoltare». In via Serbelloni 10, il citofono non funziona più; ma ha ancora la forma scolpita nel marmo di un grosso, dettagliatissimo, orecchio umano.
C’è poi una strana ghiacciaia, nel giardino di villa Filzi (via Sant’Elembardo, zona Gorla). Gli speleologi dello SCAM hanno scoperto che due secoli fa il suo interno era un tempio ipogeo i cui culti sono un completo mistero. Un passato molto più esposto al pubblico (ma più antico ed esoterico) è il «Museo delle torture». Vicino alla Pusterla di Sant’Ambrogio, questo luogo è una vera e propria mostra di strumenti di tortura diffusi nel medioevo. Ghigliottina, ruota, garrota, «schiacciapollici», letto di tortura: la sola vista di questi oggetti oggi dà le vertigini. A ciascun colpevole il suo strumento di sofferenza. Inclusa una bara dal nome poetico e lo spirito impietoso: la «vergine di ferro», sorta di sarcofago colmo di spuntoni col quale venivano puniti i falsari.
Molto più tenera la vista della statua di Pinocchio, in Corso Indipendenza. Esposta nel 1956, uscita dalle mani dell’artista Attilio Fagioli, l’opera ritrae il beniamino di Collodi trasformato in bimbo in carne e ossa. Accanto a lui, originariamente, riposavano il gatto e la volpe. Che fine avrà fatto il gatto? Restano, accanto a Pinocchio, solo le sue orme. Un banale atto vandalico sotto le spoglie di un felino che si dilegua. Eppure, il mistero su chi abbia portato via il bellissimo micio è rimasto impunito.
In corso Sempione, invece, occhio all’«oggetto fuori posto». Nientemeno che… una stazione ferroviaria. O quello che ne resta. Cioè un respingente delle carrozze che sbuca dall’erba; questo piccolo reperto apparterrebbe a una linea ferroviaria che collegava Milano a Gallerate.
A ogni città, infine, le sue leggende sui fantasmi. Qui ce ne sono di illustri. Maria Callas – mormorano in tanti – farebbe capolino alla Scala ogni tanto. Perché proprio lì? È lì che fu fischiata senza pietà in una delle ultime esibizioni e oggi si divertirebbe a spaventare i milanesi. Lo spettro di Bernarda Visconti (la figlia di Bernabò, condannata a morire di fame dal padre per adulterio) non avrebbe mai lasciato il chiostro di Radegonda a detta di molti testimoni. E Lucrezia Borgia ha collezionato più apparizioni di Fabrizio Corona, ma solo alla Pinacoteca Ambrosiana. C’è poi un’altra donna speciale (visto che i fantasmi privilegiano a Milano il sesso femminile), che si anniderebbe nel Duomo. Il suo nome è Carlina, sposa vestita di nero che spunterebbe splendida nelle foto di chi convoglia a nozze, ma solo in Duomo. Lì dove – dicono – fu amata, rincorsa e perse la vita centinaia fa.

Aveva tradito il suo amato. Vagherebbe da secoli nel Duomo

 Simonetta Caminiti (pseudonimo: Fiammetta Cortese) Ven, 01/02/2013 – 07:14

A Milano la leggenda è donna. Non solo gli spettri di Maria Callas e Lucrezia Borgia si divertirebbero ad ammiccare ai cittadini (o terrorizzarli), ma anche quello di una sconosciuta e romantica giovane che visse a Schignano, vicino Como.

 Carlina – questo il suo nome – sarebbe il fantasma di una donna apparso nelle fotografie di molte coppie di sposi milanesi: ma solo quelli che sono convolati a nozze in Duomo. È tra le pareti del Duomo, infatti, che la leggenda colloca questa figura femminile piccola e leggera, ammantata in un abito nero. La sua è una storia d’amore, rimorso e morte prematura, tutta chiusa nel ventre del Duomo più famoso d’Italia. A Schignano, l’epoca feudale vestiva di nero (a lutto) le spose, per fuorviare gli uomini del feudatario che altrimenti avrebbero consumato con loro lo jus primae noctis (il diritto di trascorrere la prima notte di nozze con la novella sposa). Carlina, sposa del suo Renzo e con lui in viaggio di nozze a Milano, portava però in grembo il figlio di un altro uomo: misterioso giovane senza nome, di cui si narra avesse bellissimi capelli biondi. Il senso di colpa verso il marito, però, si agitò di fronte alle inquietanti statue del Duomo di Milano, che nella nebbia scossero i ricordi e, sotto le spoglie di draghi e creature mostruose, parvero a Carlina un castigo divino. Persa perciò tra i corridoi, la donna iniziò a correre e a urlare la sua angoscia, inseguita senza successo dallo sposo. Finché, giunta con Renzo sull’ascensore fino alla guglia Carelli, non precipitò nel vuoto, sparendo tra le guglie e i pinnacoli per non essere mai più ritrovata: vittima di un incidente o della sua stessa volontà. La storia – dicono – fu ricostruita dalle testimonianze dello sposo e di qualcuno che aveva taciuto il segreto assieme a lei.
Sarebbe un fantasma di poche parole, quello di Carlina, che ancora oggi farebbe una compagnia tutta particolare alle spose milanesi. Niente scalpiccio delle sue scarpette per le scale del Duomo; niente lacrime ancora piene di rimorso, come forse avrebbe voluto una leggenda più prevedibile. Sono i fotografi di nozze, piuttosto, a segnalare la sua presenza: pare infatti che il fantasma, avvolto nel nero del suo vestito, faccia apparizioni di buon auspicio alle coppie di sposi che escono dal Duomo o che sostano sul sagrato per farsi immortalare con la chiesa sullo sfondo. Una sagoma abbastanza definita, occhi tondi, bianchi e glaciali, Carlina sbucherebbe solo nelle immagini, ma solo delle coppie che le ispirano più simpatia. Perché a loro vada la fortuna e il coraggio di vivere felice come lei non riuscì a fare al fianco di Renzo. Tutte immagini, però, gelosamente custodite nei cassetti delle camere da letto. O magari quelli, inesauribili, della fantasia.

Dal centro alla periferia: in metrò la scala è (im)mobile

In molte stazioni viaggiatori costretti a salire e scendere a piedi I guasti più frequenti sulla linea 1. Gli utenti? Ormai rassegnati

«È un miracolo che scorra» dice un signore alla Stazione Metro Moscova. Non sta parlando di un fiume, naturalmente: il suo indice è puntato verso la scala mobile che sbocca sull’uscita. In effetti scorre. «Ma provi a passare tra un paio d’ore e la troverà immobile. Non so più da quanto tempo sia guasta». Moscova, dunque, Linea Verde nel cuore del traffico sotterraneo di Milano. «Lo vede quel signore là?» indugia il nostro interlocutore, riferendosi a un impiegato dell’Atm fermo al suo sportello: «Secondo me, avrà almeno 5 mila reclami. La gente è stufa, non ne può più».
Eccolo, i biglietto da visita che la città presenta ai suoi abitanti e soprattutto ai turisti. Scale mobili – «mobili» per modo di dire – che si ergono come monumenti tra un piano e l’altro delle stazioni metro, ma non fanno il loro lavoro almeno da un paio d’anni. Così raccontano i pendolari. Turisti, autoctoni che si muovono in metro per lavoro, studenti e pensionati che accompagnano a scuola i loro nipoti. «Il peggio – spiega Andrea, edicolante di una stazione sulla linea rossa – si concentra su questa linea. E, a causa delle scale mobili ferme, io sto perdendo moltissimi clienti». Non siamo in periferia, ma a poche fermate dal Duomo. I punti di vista di due turiste diciannovenni e quello di un operaio confliggono. «Ho vissuto a Milano da bambina – racconta la giovane svedese alla stazione Cordusio – e adesso sono qui da turista. Le scale mobili che non funzionano sono moltissime a cominciare da qui». Secondo chi cerca di riparare con le sue mani il disagio della scala mobile, le speranze di rivederla fluire sono poche: «Finirà che la abbatteranno e piazzeranno un bel muro. A Cordusio, San Babila, Palestro», spiega questo operaio in una delle stazioni più centrali della linea rossa.
A San Babila – una stazione fondamentale anche per il collegamento con l’aeroporto – il signor Salvatore Ferlazzo, settant’anni, dice: «Oltre che guaste, ci sono orari abbastanza fissi al mattino e in serata, nelle fermate di periferia, dove le spengono. Secondo me tentano un risparmio energetico!». Se negli ultimi due anni questa situazione sia migliorata, peggiorata, o rimasta stabile? «Penso sia andata in peggio». Siamo alla fermata San Babila, e al di là della catena con segnale di divieto d’accesso davanti alla scala mobile paralizzata, qualcuno ha pensato di gettare fazzoletti accartocciati, involucri di caramelle, rifiuti. Alla stazione di Palestro, due giovani studentesse raccontano che «a noi non dà fastidio, ma l’altro giorno c’era un signore sulla sedie a rotelle, alla fermata di Sesto San Giovanni: è rimasto là».
Poi c’è Katrin, tedesca, italiana naturalizzata perché ha lavorato come segretaria a Milano dal ’67 al ’99. Oggi cammina con l’aiuto di un bastone, e col volto sorridente dice: «Se mi lamentassi delle metro di Milano sarei disonesta. Ma ci sono delle stazioni come Lima o Lambrate dove la scala mobile, al piano di mezzo tra i treni e l’uscita, non è che funzioni: non c’è affatto». «Le persone sono rassegnate – racconta Gisella, alla fermata Moscova, due passi da Corso Garibaldi – : è un fatto risaputo, noto, quasi fisiologico. Le scale mobili non funzionano. Punto».

Barona, crepe sulla strada transenne anche a scuola

  Dom, 30/12/2012 – 07:20

«Non si verificheranno mai i danni di Napoli o Palermo», ci dice un poliziotto in via Balsamo Crivelli (zona Barona). Le intenzioni sembrano quelle di riportare al più presto strada e strutture – probabilmente a rischio crollo – a norma di completa sicurezza.
Ma oggi è un labirinto di transenne, via Balsamo Crivelli. Al numero 3 c’è un Istituto Statale di scuole elementari e medie: la scuola “Tre Castelli“. Se all’uscita, sui marciapiedi ghiacciati, incontri genitori e nonni, e chiedi loro perché sia in atto un provvedimento di sicurezza, la risposta è sempre: «Dicono ci sia un problema su quella strada. Proprio là», e indicano una porzione d’asfalto indistinta, tra un marciapiede e l’altro perpendicolari all’edificio. Parlare con la preside è praticamente impossibile. Saperne di più, tra le mura della scuola, un’altra sequela di «nì» e «non so». Nel cortile tutto pare scorrere normalmente: i bambini escono addirittura cantando. Le vacanze di Natale dispensano, come sempre, buonumore e un commiato alla routine.
Sono davvero al sicuro, queste mura smussate e solcate da rughe (una faccia ordinaria, quella della “Tre Castelli“), blindate in un recinto di transenne? Dal comando dei vigili, sia pure non ufficialmente, trapela che il problema sia una roggia (canale sotterraneo del quale il sottosuolo lombardo è notoriamente ricco): precisamente la «Roggia Paimera», una volta dal diametro di due metri, che avrebbe subito dei danni e presentato delle crepe. È l’Assessorato ai Lavori Pubblici a precisare che, nei prossimi giorni, saranno effettuati sopralluoghi da parte del Comune e, in via eccezionale, di Metropolitana Milanese (in convenzione col Comune di Milano per la manutenzione di queste aree): si predisporrà un intervento sulla Roggia Paimera e poi sul sedime stradale.
Benché non ci siano ancora segnali d’allarme sulla strada – ci spiegano – la Polizia Locale ha stilato un comunicato sulla viabilità della zona. La circolazione più compromessa in questo periodo riguarda le zone di Via Giussani e Via Chiodi. Il pericolo potrebbe essere un cedimento, o addirittura il crollo della carreggiata.
Fotografie della roggia sono nelle mani della polizia: impossibile, per adesso, anche solo dare un’occhiata. Ma dall’Assessorato alla Sicurezza e Coesione Sociale del Comune di Milano, la conferma è che per il momento nulla di allarmante è accaduto sulla strada, nonostante gli smottamenti sul terreno siano evidenti. Le crepe della roggia sono state riscontrate, dunque, a seguito di una ispezione: le fessurazioni riguardano il fondo e la volta della roggia.
Ed è anche per raggiungere via Tre Castelli che la Polizia consiglia, in questo periodo, un percorso alternativo sicuro. Ci sono infatti zone in cui le telecamere sono state disattivate e la segnaletica, addirittura, velata.

Barona, ora la roggia fa paura Via ai lavori attorno alla scuola

Dom, 20/01/2013 – 07:18

Asfalto smottato, segnaletica oscurata, telecamere disattivate e transenne: divieti d’accesso o nastri che perimetravano, in zona Barona, piccole e grandi vie.

Le più esposte al rischio, via Pepere e parte di via Giussani e via Chiodi ma il traffico si ritrovava confuso in tutto il terreno circostante. Persino una scuola elementare e media, la Tre Castelli (in via Balsamo Crivelli 3) il mese scorso era stata circondata da transenne: nonostante la strada piena di crepe, tutto sembrava scorrere serafico come sempre. E anche oggi, dopo che in questi giorni è stata aperta lì intorno un’area di cantiere, nessuna segnalazione sulla Tre Castelli perviene dal Comune. La scuola resta aperta (non ci sono evidentemente campanelli d’allarme sufficienti a sospendere le attività, per le istituzioni), con un regolare viavai di bambini, insegnanti, individui che ogni giorno vi trascorrono delle ore. Sia pure in quelle strade colme di solchi e avvolte da provvisori segnali che recitano: «qualcosa non va».
Il marito di un’insegnante ci disse: «C’è sotto un fontanile che sta venendo giù». La colpa, in effetti è di una roggia, la roggia Paimera. Una volta ampia un paio di metri che, sotto i tombini, lì in quella porzione del sottosuolo milanese (che di rogge antiche ne contiene tante), ha cominciato a «scricchiolare». Fessurazioni al fondo e all’interno di questo canale sotterraneo che minano la stabilità della carreggiata. Tanto che, per il rischio crollo, a dicembre è stata totalmente chiusa la carreggiata di via Pepere e quelle di via Giussani e Chiodi.
Il panorama, un mese fa, sembrava silenzioso e ricoperto di queste «medicazioni» bianche e rosse: la polizia locale teneva sotto riserbo le fotografie della roggia e parlava, nonostante gli smottamenti sul terreno, di strade non ancora danneggiate. L’assessorato alla Sicurezza e coesione sociale aveva infine annunciato interventi tempestivi: sopralluoghi del Comune e Metropolitana Milanese. È stata installata in questi giorni, nella zona della roggia Paimera, l’area di cantiere: un provvedimento sotto la responsabilità del Consorzio Naviglio Olona. Il Comune di Milano spiega infatti che, in collaborazione con MM (per la manutenzione di quella specifica parte della città), è stata avviata una serie di aggiustamenti sopra e sotto l’asfalto. La pavimentazione sarà sistemata, la parte sotterranea (quindi le fognature e la struttura delle rogge) saranno messe in sicurezza. Una sicurezza mirata, a sua volta, a rendere più stabili che mai le infrastrutture; e la segnaletica orizzontale sarà completamente messa a nuovo per consentire al traffico viabilistico di fluire regolarmente. Se ci sono calcoli di tempi e costi? Per adesso dal Comune nessun numero. La soluzione del problema dipenderà, soprattutto nei tempi, dalle condizioni meteorologiche.

Le rogge a Milano. Un sottosuolo d’acqua che scorre da secoli sotto il rumore della città: una possibile risorsa, un pezzo di storia, ma con voltafaccia che possono non dare preavvisi. Secondo i geologi, alcune città d’Italia (almeno in 30 punti in Sicilia, per esempio), gli abitanti sono adagiati senza saperlo su vere e proprie «bombe d’acqua». Prevenzione e tempestività sono la ricetta della sicurezza anche a Milano.

Le monache di clausura: «Sarà un giorno di meditazione»La vigilia diversa delle clarisse milanesi

  Lun, 24/12/2012 – 07:46

C’è Natale e Natale. Nei monasteri di clausura di Milano (la città ne custodisce ben quattordici), il Natale è «una centrale elettrica di preghiera per il mondo». In via Santa Sofia, al Monastero della Visitazione, uno dei primi argomenti con le suore che ci aprono i cancelli è la sorpresa sotto l’albero di Papa Ratzinger: la sua iscrizione a Twitter. «“Suit“? Davvero? E cos’è?». Twitter, non “suit“. Un mondo intero chiuso in una bolla di silenzio: un po’ come questo, ma di tutt’altra specie. Ma le suore di clausura “visitandine“ nel cuore di Milano non ne hanno la più pallida idea. «Mi spiace ma noi non utilizziamo questi mezzi moderni». Questo luogo ha trecento anni. Sono due le tuniche sedute dietro una grata. Il loro sarà un Natale di preghiera, di «meditazione, e ciascuna medita in modo personalissimo». Ma la Madre Superiora dà una sorta di traccia da seguire nelle preghiere. Il 25 dicembre si penserà alle vittime della strage nel Connecticut, per esempio. E il pranzo? «Un risotto, forse una pasta in brodo, e abbiamo tanti panettoni. Non manca niente… A parte la scelta». La suora a sinistra ha settant’anni, ha preso i voti a ventiquattro. «Ho la quinta elementare – spiega – perché una volta studiare era molto costoso. Ho assistito mia sorella, che era malata, e ho potuto seguire la mia vocazione solo quando è guarita». Questa suora è cresciuta a Inveruno e, giovanissima, lavorava in pubblicità per una smalteria. L’altra invece si occupava di assistenza ai minori. La «chiamata» per lei è arrivata a quarantanove anni. Se è mai stata innamorata di un uomo? «No», risponde sorridendo. Le mura sono alte, in un perimetro che sembra blindato ai mortali, puoi restare materialmente incastrato. Là fuori, il traffico assordante e la «movida» di Milano. Il silenzio, qui, è impenetrabile e al tempo stesso accogliente: una forma di maternità, di simbiosi con «l’ospite interno» che ciascuna delle suore adora e professa per tutta la vita. E nel silenzio (per loro sinonimo di “ascolto“) sarà anche il Natale. Ma queste mura sono più un rifugio o una prigione? «Una prigionia d’amore» disarma la suora più anziana, col tono di una moglie sedotta e felice dopo cento anni di matrimonio.
Poi c’è Gertrude, Madre Priora di un altro Monastero: quello delle Benedettine del Santissimo Sacramento (in via Colonna): ha settantacinque anni, il nome della Monaca di Monza, ma lei sì che conosce il web: il Suo Natale alle porte ce lo racconta in una email: «Uscirò dal coro monastico nella navata esterna per deporre la statua di Gesù Bambino nel grande presepio. Poi ci scambieremo gli auguri con le sorelle – prosegue Madre Gertrude -, e ciascuna troverà alla porta della propria cella un pacchetto con regalini personalizzati e una lettera scritta dalla Madre a nome di Gesù Bambino con un pensiero speciale adatto alle singole sorelle». La suora più giovane, nel suo monastero, ha ventinove anni; Madre Gertrude invece entrò nel chiostro quando ne aveva ventuno e frequentava il terzo anno di Filosofia. Il valore aggiunto delle donne nel clero? Secondo lei, «l’inclinazione a custodire la vita, a donare se stesse, a intuire il cuore degli altri: doti complementari a quelle dell’uomo. La loro testimonianza nella chiesa è indispensabile».

Niente pregiudizi, approvata a pieni voti la ceretta made in Asia

Lun, 14/01/2013 – 07:58

Sembra una piccola colonia di occhi a mandorla, via Sarpi. Negozi di abbigliamento, alimentari di ogni genere, supermercati. Ma nel cuore di questa Chinatown il piatto forte sta diventando la bellezza. Quando si pensa a un centro estetico gestito da cinesi, la diffidenza e l’ironia sulle «specialità nascoste» sono gli stati d’animo più frequenti. Invece, questa piccola isola in città offre servizi sempre più competitivi, e una clientela sempre più esigente.
Tong Tong, in via Lomazzo, è un negozio minuscolo nel quale si vieni accolti dalla giovane Liu Xin Xin (20 anni), che ti mette in mano un listino di prezzi e una descrizione dettagliata dei servizi. Trovi scritto «Ceretta Menù», ma anche che «finora abbiamo già aperto 4 negozi e il progetto è di sviluppare una catena, una sfida che ci ripromettiamo di vincere entro 5 anni». E Liu Xin Xin racconta che l’esercizio commerciale è aperto da quattro anni, che il maggior afflusso dei clienti è in estate, che sono soprattutto donne, soprattutto tra i 50 e i 60 anni. «Ma anche uomini. Per loro niente smalto».
La media degli appuntamenti in questo periodo? 20-30 al giorno. E che tipo di clientela è? Margherita è una manager di 39 anni, in una famosissima casa di moda. È qui per una manicure rapida: le sue unghie corte e tondeggianti, in effetti, rilucono come nuove. E le viene praticato un leggero massaggio nel palmo delle mani. A guardarla con malizia si scherzerebbe: «deformazione professionale». Invece è un tocco di classe. «Più che nei prezzi – dice Margherita – questo posto è conveniente per la velocità, la preparazione che hanno i dipendenti, la comodità. E la precisione nei tempi: ti danno indicazioni preziose». Margherita abita da queste parti, ma è una habituée in un altro negozio simile a questo, in via Bergamo. Ma la concorrenza cinese nel «restauro» di mani e piedi sta fagocitando le vecchie guardie nostrane. Sono proprio le estetiste milanesi a lamentarlo.
«Anche in via Bergamo», dice Margherita. Poco più tardi arriva il turno di Patricia, casalinga di 43 anni. È spagnola, abita da queste parti e, con un accento lombardo purosangue, dice: «Loro son bravi. E sempre, sempre disponibili». In effetti, lavorano ogni giorno dalle 9 del mattino alle 21. Stessa testimonianza quella di Daniela, giornalista di 52 anni. Del resto, i prezzi non sono molto più bassi che nei centri italiani. Una manicure arriva a costare 25 euro, una ricostruzione delle unghie 79 euro. La ceretta, 48 euro.
Ci sono anche svariati piccoli centri che offrono gli stessi servizi a prezzi stracciati, lì intorno: uno in particolare tiene in vista l’iscrizione «offerta», e le tariffe per manicure e ricostruzione delle unghie sono, rispettivamente, di 12 e 50 euro. Ma, se chiedi chi siano, che clientela abbiano, replicano di capire l’italiano troppo poco per rispondere. Lo stesso accade dal parrucchiere. Qui la cosa che costa di più sono i colpi di sole (30 euro). Ma è un luogo silenzioso.

Allerta neve, Milano con il naso all’insù

 Dom, 20/01/2013 – 07:13

I primi fiocchi del 2013 hanno tardato di qualche ora sulla tabella di marcia. Previsti intorno alle 10 del mattino, hanno iniziato a scendere misti a pioggia nel primo pomeriggio; radi, silenziosi e lenti, e via via più diffusi.

La prima perturbazione, a Milano, è arrivata. E così i primi provvedimenti dal Comune (assessorato alla Sicurezza e coesione sociale), dalla Protezione Civile, dall’Amsa, Atm e polizia locale.
Nessuna emergenza, tra la prima e la seconda nevicata: l’intervallo cioè, tra il pomeriggio inoltrato e le 20, ora della seconda (e più forte) precipitazione. Solo la messa a punto del piano anti neve. In sostanza, la predisposizione del Coc (Centro operativo comunale), che si è riunito in via Draghi ieri sera proprio per coordinare le forze operative (dal Comune di Milano ad Atm). Ma già da stamattina, secondo gli esperti, la pioggia potrà scongiurare gli accumuli di neve. «Lo stato d’allerta è iniziato in fretta – ha commentato l’assessorato alla Sicurezza e coesione sociale ieri pomeriggio – ma il piano per salare le strade scatterà dopo la fase più forte, in serata. La centrale operativa avvierà telecamere in tutta la città ed entreranno in azione 180 camion». Quanto alla prevenzione del ghiaccio: «gli spargisale saranno in funzione fintanto che gli accumuli non supereranno i 5 centimetri: al di sopra di questo spessore, si comincerà, eventualmente, a lamare». La tempestiva riduzione del ghiaccio dovrebbe, quindi, evitare disagi alla viabilità.
Le previsioni recitano maltempo e pioggia nei prossimi giorni: freddo e ancora nevicate, sia pure a bassa quota, fino a giovedì. E, visto che la neve del 2013 parte in sordina, con deboli fiocchi, l’inizio della settimana potrebbe vedere imbiancate solo le vette delle montagne. Suggestione e silenzio, di fronte alla neve, a Milano e a Bergamo e nei paesi di pianura, con impennate a orari molto simili. A corto di «dama bianca», questo weekend, le valli lombarde.
Il traffico, sia pure su strade fredde e lucide, non ha registrato difficoltà né tantomeno emergenze. Stesse notizie dagli aeroporti di Linate e Malpensa, nei quali non si sono verificate criticità. «Le precauzioni anti gelo partono automaticamente – ha spiegato Sea Aeroporti Milano – ma la precipitazione è talmente leggera che non sono previsti annullamenti di volo né particolari difficoltà, a differenza di quanto è successo in questi giorni a Londra». Ma Sea consiglia anche di verificare con la propria compagnia aerea lo stato del volo prima di recarsi in aeroporto. Un «protocollo» che vale anche per i collegamenti ferroviari: «è possibile che, a causa delle avverse condizioni meteo previste, si verifichino disagi e rallentamenti».

Una nevicata timida, quella di ieri e sta notte, che ha spolverato anche centro di Milano, ma ha già affollato delle sue immagini le pagine dei social network. Dopo una tregua all’inizio della settimana, Milano potrebbe ricevere una nuova visita bianca e vellutata giovedì mattina.

Saldi, il boom del lusso e l’assalto degli stranieri LA SFIDA ALLA CRISI

Dom, 06/01/2013 – 08:20

Pazientano, debordano dai viottoli indecisi sulla direzione prioritaria: sorridono senza sgomitare come se fossero in fila per uno show. Alle undici del mattino, mormorano che «da Gucci fanno entrare quattro persone alla volta». Gucci e Prada – i negozi, naturalmente – si guardano negli occhi, ora come non mai. Assistono a un’osmosi di clienti, in via Montenapoleone, che non si vedeva da anni. Soprattutto stranieri. Soprattutto russi – come spiega il direttore di un punto vendita Etro – perché in questi giorni dalle loro parti si svolge una festa ortodossa che invoglia i giri turistici internazionali. E, siamo sinceri, se poi si scopre che a Milano le grandi marche hanno abbassato i prezzi del 50%, la sortita in centro è un mix di folclore e griffe (quasi) a buon mercato.
Alison Kubler (australiana) è la madre di tre bambini di 7, 5 e 2 anni. I capelli stretti in uno chignon biondissimo, un basco di lana sulla testa e il sorriso riposato di cinque settimane a Milano. Gallerista, moglie di un pittore, aspetta che suo marito esca dal camerino di Gucci. Cos’ha di speciale questo posto, per lei? «L’abbigliamento maschile e il bellissimo design», dice. «Ma non il logo. In effetti io preferisco che le cose che indossi passino un po’ più inosservate». Adil, imprenditore francese di trent’anni (con due colleghi di 27 e 34), ha percorso 450 chilometri da Lyon solo perché su internet aveva letto che oggi a Milano il lusso strizza l’occhio ai portafogli. Ma guai a chiedergli se Milano sia la capitale euroepa della moda. «Parigi è più completa – dice – : è più bella». Di parere opposto sono le giovani sorelle australiane Henriette e Beatrix Greennalgh. Per Henriette, diciottenne che studia pubblicità: «Milano è meravigliosa. E i saldi hanno regalato alla città una bellissima atmosfera».
Javier Bone, madrileno, è un designer industriale di trent’anni: pochette leopardata e pelosa in mano, lenti all’ultima moda e un sorriso poliglotta. Il suo budget di oggi è di 700 euro, e spera di spenderli in scarpe.
C’è poi il turismo italiano e il traffico autoctono. Massimo Della Valle, Vittorio Piscitelli e Davide Beata sono tre giovani torinesi a spasso per Milano, solo per un giorno, e solo per i saldi: non sforeranno i 300 euro per gli acquisti. Monica Tiano e Diego Tedesco, avvocati di 28 e 31 anni, romani, non badano a spese per la lingerie.
E c’è chi invece coi saldi ha un appuntamento fisso tutti gli anni. Monica Corradeschi, cinquantenne bergamasca, farà un tour solo per i saldi invernali. Ma solo per guardare le vetrine: «Ho già comprato tutto il necessario prima di Natale».
La giovane 23enne Tina (cinese che studia Economia in Canada a Toronto) si limita a fotografare un orologio Rolex in vetrina. «perché è bello – spiega – e famoso». Ma non comprerà nulla neanche in saldo.
Dalla Rinascente esce invece Luca Pilotto, milanese di 48 anni, con la moglie Sara. «Abbiamo comprato qualcosa, sì. Non siamo usciti esattamente per i saldi… Ma l’occasione fa l’uomo ladro».

Smog: allarme asma per gli immigrati

 Sab, 16/02/2013 – 07:17

Il fiato che si accorcia, il petto che pesa e si stringe, il «fischio» nel respiro. Fa tanta paura ma, se smascherato in tempo, l’asma uccide sempre meno.

Una malattia che preoccupa il 6% degli italiani, con un’incidenza di 7mila nuovi casi ogni anno. Sono circa 450mila i cittadini lombardi che ne soffrono, e pressappoco 70mila i pazienti asmatici di Milano, secondo le stime di Francesco Blasi (nella foto, direttore UOC Pneumologia Fondazione Cà Granda Policlinico Milano). Una città dove l’elemento scatenante, molto spesso, è lo smog. «Secondo una ricerca dello scorso anno, a cura dei cinque maggiori ospedali di Milano – spiega Francesco Blasi – c’è una stretta relazione tra i picchi d’inquinamento e l’afflusso negli ambulatori di pazienti con attacchi d’asma. È stato osservato che, dopo due giorni dal picco di smog in città, tra i fenomeni osservati nelle malattie respiratorie e cardiovascolari, si verificavano circa 3.600 riacutizzazioni asmatiche». Ma un fenomeno di rilievo, individuato proprio dal Policlinico, è che i casi di asma in Medicina d’urgenza riguardano soprattutto gli immigrati. In particolare soggetti provenienti da zone come l’India o il Ceylon: ambienti naturali così diversi dal nostro che, chi emigra e pianta le sue radici a Milano, spesso si ritrova intollerante a fattori diffusi nell’atmosfera e, dopo 5 anni del nostro smog, questi allergeni scatenano reazioni fino ad allora inedite. Il PM10 è un materiale che «lega», «rafforza» gli allergeni: e Milano ne è colma. «L’asma ha una certissima base genetica – spiega Paolo Bulgheroni, primario di pneumologia dell’ospedale Niguarda – ma le origini sono molto varie. Nelle zone inquinate aumentano le sue manifestazioni: non perché lo smog in sé provochi questa patologia, ma perché la fa emergere. Il 20% della popolazione mondiale ha una predisposizione che l’inquinamento “risveglia“. E a Milano ci sono due generi diversi di inquinamento. Il PM10 (il “particolato“) d’inverno, e l’inquinamento ossidante (quindi l’ozono) d’estate». E c’è una proporzione precisa tra il PM10 (quello di cui l’aria di Milano è ricca nelle circonvallazioni interne, per esempio, da quando l’Ecopass ha smaltito parte del traffico dal centro) tra le crisi respiratorie che affollano gli ambulatori (+10%, ogniqualvolta nell’aria questa sostanza aumenta di 10 microgrammi per metro cubo). Che stile di vita osservare? Quali nemici conoscere in tempo per trarli in fallo, e con quali armi? «L’asma ha un’incidenza più forte nell’infanzia e poi nell’età adulta – risponde Blasi -. Ma, se curato in tempo e bene, l’asmatico può svolgere una vita normalissima». Un trattamento di cortisone inalatorio, broncodilatatore, in qualche caso anche antinfiammatori e antistaminici può salvare da una malattia che, nel mondo, a tutt’oggi, determina 700 morti al giorno. E se la medicina sta facendo passi da gigante, sull’asma, mai dimenticare gli how-to della nonna: lana intorno al petto, aria pura nei polmoni.

I ciclisti distribuiscono luci a chi pedalaSicurezza sulle strade

Gio, 21/02/2013 – 07:20

Una caramella agli «illuminati», un fiammifero ai «senza lumi». Ecco come la Fiab (onlus, Federazione Italiana Amici della Bicicletta) ha deciso di motivare i milanesi in bicicletta ieri sera. Il 70% dei ciclisti pedala senza dispositivi d’illuminazione, e dal censimento a un’iniziativa per ammonirli, il passo è stato breve. Sulla pista ciclabile di Corso Venezia, all’angolo con viale Majno, Silvia Malaguti (consigliera Ciclobby), Maria Gabriella Berti (referente di Fiab per gli eventi culturali) e un gruppo di colleghi hanno «teso l’agguato» ai ciclisti di passaggio. Intorno alle 17.45, nel vento fresco, sono state soprattutto le giovani donne a sfrecciare su quella curva. Si sono lasciate spiegare l’iniziativa di Fiab e hanno ricevuto, incastrato tra i raggi della ruota posteriore, un sottile catadiottro. «Lo abbiamo fatto anche lo scorso anno – ha spiegato Silvia Malaguti -, a ridosso di Natale. Distribuivamo “lucine“. Ma siamo una onlus, i soldi non sono molti: i catadiottri costano meno e sono utilissimi». L’evento «Ciclista illuminato» è stato sostenuto dal Comune con una iscrizione sui pannelli a messaggio variabile della città. «L’obiettivo è rendere la strada più sicura – prosegue Malaguti -. Ma il problema sono soprattutto le persone al volante: si credono quasi più “potenti“. Gli incidenti causati dai ciclisti sono pochissimi». Fiab, attiva da circa 27 anni, ha mosso i primi passi nelle singole città: oggi conta 16mila soci, 130 realtà locali e, come federazione nazionale, aderisce a ECF (Federazione Europea dei Ciclisti). Milano ha sempre più parcheggi e «due ruote» a noleggio, con tariffe contenute e con un sistema capillare. Ma c’è qualcosa che fa difetto ai nostri bikers? «A parte gli spazi e le infrastrutture – risponde Malaguti – molte biciclette sono vendute senza i dispositivi che stiamo regalando stasera. Le bici costano ma spesso non sono “a norma“». Per i virtuosi pioggia di caramelle. Ma non sono molti.

Il derby sul filo della radio

«Goal di Balotelli al 92esimo. Balotelli esulta sotto la Curva Nord e la invita a saltare con lui. Così vince il Milan. Invece, Jonathan che subentra 90esimo e, dopo un dribbling in area mette a segno la vittoria dell’Inter». Sono i racconti di Lapo De Carlo, conduttore e giornalista di Radio Milan Inter. I sogni a occhi aperti del suo pubblico che bombarda il telefono in redazione. Ma a Radio Milan Inter, tempio sonoro del prossimo derby, i pronostici e i sogni sono due cose distinte. A cominciare da Lapo: «Io sono interista. La mia fantasia sul derby? Doppietta di Alvarez sull’1 a 0 del Milan. E invece vincerà il Milan».
Aspettare e ascoltare la partita in radio è come essere allo stadio?
«A Radio Milan Inter, il pubblico è fatto di opinionisti attivi. Stiamo trepidando da una settimana per il derby e abbiamo chiesto a chi ci ascolta ricordi e sogni personali. Ne abbiamo sentite di tutti i colori».
Sono più i milanisti o gli interisti a seguirvi?
«Lo so che sembra una risposta di circostanza, ma è quello che penso davvero: dal mio punto di vista c’è un ex-aequo. E non dimentichiamo il pubblico juventino. A Milano siamo in una zona nevralgica per tutte e tre le maggiori tifoserie italiane».
Come spiegherebbe a un non-sportivo il posto in cui lavora?
«È una talk-radio che parte dal calcio ma parla di tutto. E lo fa con professionisti (di libri, di cinema di cultura, persino ambasciatori) ma soprattutto col pubblico. Niente ascoltatori pomposi e “soloni“: siamo una via di mezzo tra Mai dire Goal e Quelli che il calcio».
Ha iniziato come animatore, è un giornalista professionista e un conduttore di punta in radio. Il suo aneddoto portafortuna?
«Uno scherzo che finì su tutti i giornali. Dissi in diretta (complice Antonella Clerici) a Radio CNR che ero in collegamento da Palazzo Marino: la notizia (o meglio, la burla) era che a San Siro c’erano le falde acquifere! Niente più partite a Milano per i successivi cinque mesi. I tifosi reagirono con un delirio di massa. La stampa nazionale ci dedicò titoloni pregandoci di non fare più scherzi».
Come finirà il derby di oggi?
«L’Inter ha troppi infortunati. Se non dovessi guardarlo per lavoro, stavolta il derby non lo seguirei. Ma ho un debole per le cause perse e (dunque) per Alvarez: un calciatore sottovalutato dagli stessi interisti. Mi piace immaginare una rimonta sull’1 a 0 grazie a una sua doppietta. Alvarez è per me il nuovo Recoba».
Qual è il punto di forza di Milano, per chi sceglie la sua professione?
«Se una persona – una qualsiasi – vive in un’altra città, può svolgere una vita più serena, ma in nessun altro posto si cresce come in questo. Milano ha tutti gli strumenti per potenziare i talenti. Le possibilità. È un enorme timpano».

Emmenthal, carciofi e gruviera: è il panino Maroni

 Sab, 02/03/2013 – 07:21

Ecco un posto dove la politica non scade mai. E si morde. Dove la Brambilla non ha pietà per gli animali (tant’è vero che tiene stretti tra le braccia tocchi di salamella) e Mario Monti, senza loden, fa venire l’alito cattivo come le cipolle.

È saporito, perfino ruspante.
Il chiosco in piazza Castello è quasi un monumento che fa la riverenza a un altro monumento. A un passo dal Castello Sforzesco, riempie panini per impiegati, turisti, gente di passaggio in piazza da qualche decennio. E da circa vent’anni – spiega la signora Nicoletta, che in questo chiosco lavora da sempre – i panini hanno i nomi dei politici. Così i cittadini hanno l’impressione di mettere la politica sotto i denti? «No – risponde Nicoletta – , l’idea di chiamare i panini così è venuta dal caso. Molta gente li ha chiamati coi nomi dei fiori, noi abbiamo pensato ai leader italiani». A un certo punto, tra Carfagna, Maroni, Berlusconi, Pisapia e nutritissima compagnia, ti arriva in faccia il nome di Dini. «Sì, alcuni sono vecchi e dobbiamo cambiarli». Nomi che non marciscono, tra cipolle, salsa cocktail e tutti i tipi di formaggio, cenni alla storia più o meno volontari, più o meno universali. Ora Maroni starà in risalto perché è il nostro nuovo governatore». Pancetta, emmenthal, carciofi e groviera rappresenteranno la macroregione? «Gli accostamenti degli ingredienti sono tutti casuali – prosegue Nicoletta -. Sa, la vita è già abbastanza complicata. Non ci permetteremmo di fare allusioni alle varie personalità col ripieno dei panini! Poi, vede, ne mancano molti importanti. Manca Grillo. Ma ancora non abbiamo pensato a cosa mettere dentro». Non sono i soli.
Tant’è vero che nomi e condimenti sono abbinati casualmente, che Berlusconi non potrebbe essere più scontato: crudo, salsa rosa, pomodoro e fontina. E nessuno immagina Mara Carfagna diventare un hamburger con lo speck, la maionese, il formaggio fondente e le cipolle.
Il «Trota» ha sì e no un po’ di caprino, ma gli altri ingredienti lo fanno dimenticare. Poi però si scopre Fini non è né carne né pesce: c’è il tonno, ma anche il prosciutto crudo.

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