La mia pubblicistica sul Giornale, Style del Giornale, Tu Style, Donna Moderna, Mp News, Teatro contemporaneo e cinema e via dicendo, si compone oggi di qualche centinaia di articoli. Inchieste di cronaca, approfondimenti di costume e società (la maggior parte), interviste e recensioni nel cinema, pezzi di attualità in senso lato. Il lavoro più ricco e completo, però, penso di averlo svolto a Milano, tra la redazione di cronaca della città e la redazione nazionale di attualità (cronache italiane ed esteri). Penso che da oggi, posterò articoli del mio portfolio/archivio di questi tre anni di collaborazione col Giornale, ma anche con gli altri magazine e portali a cui mi sono dedicata.

Quella che segue è un’inchiesta svolta nei seggi elettorali di Milano il 25 febbraio dello scorso anno. Cosa succedeva? I votanti si apprestavano a imprimere la loro preziosa X sulle colonne di Grillo, Berlusconi, Mario Monti, Pierluigi Bersani. Preistoria!!!! Io fiutavo i loro umori e indovinavo – obbligata a tacerle – le loro preferenze.

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In calo le politiche (meno nove), boom per le regionali. Quasi sei elettori su dieci al voto, con il dato della città e e della regione che coincidono: dopo il primo giorno l’affluenza per le regionali è al 57% sia a Milano città che in Lombardia. Il traino del voto politico si è fatto sentire (59% alla Cemera, 60% al Senato) nonostante il maltempo. Acqua mista a neve bagna gli ombrelli e le teste dei milanesi nell’ora in cui, in centro, il seggio di via Goito si riempie di più: mezzogiorno. È all’ora di pranzo che una famiglia di tre persone consegna la propria fiducia («tutti lo stesso colore, ma il voto va a tre persone diverse») al liceo Parini, che per una domenica smette i panni scolastici e sfoggia l’orgoglio civico. Il signor Donato Faiolo è un ingegnere di 68 anni, sua moglie Felicita («allegra pensionata») lavorava come impiegata, e la figlia Roberta, ingegnere anche lei, oggi lavora come tecnico teatrale in periferia. «Cosa mi aspetto? – commenta Donato – in Lombardia ci vorrebbe poco per migliorare le cose: peggio di così non può andare. Certa è una cosa. La gente che non vota non lo fa perché stressata dal lavoroe priva di tempo utile: negli anni ’60 si lavorava più di adesso, ma si votava eccome. È che le persone non s’informano». Sua figlia controbatte che «la nostra generazione è quella del “Tanto sono tutti uguali“. E non è vero. A questa città, piastrellata, senza spazi verdi, nervosa e affannata io auguro una cosa su tutte: che la politica faccia venire il buonumore». La signora Felicita è stata l’unica della famiglia a regalare una croce (mai c’è omaggio più gradito, in clima elettorale) a una donna: «È molto importante votare le donne».
Il tempo di arrivare a Bollate, alla scuola elementare Don Milani, e dal cielo scendono fiocchi di neve che quest’anno Milano non aveva ancora visto. La strettoia per accedere al seggio è inzuppata e ghiacciata, ma le persone sembrano decise. «Perché sono qui nonostante il maltempo? – dice Franco, impiegato di 57 anni, immigrato a Milano dal ’79 – Perché il mio futuro non lo delego a nessuno». E mano nella mano, sotto lo stesso pergolato davanti alla scuola, escono Carlo e Martina, entrambi ventenni. Lei studentessa di economia in Bicocca, scrutatrice per caso, lui operaio. Due voti – confessano – che più diversi non si può, ma per la stessa causa: «Meno tasse e più lavoro». Ed è allora che Stella, in scarpe da ginnastica nella giornata più improbabile dice: «Io ho 58 anni e non lavoro più. Ma ho nipoti molto piccoli e voto soprattutto per loro. Il mio voto? È disgiunto. Ma non certo perché “uno vale l’altro“ come dicono tutti“».
Il seggio di via della Spiga, nel Quadrilatero della Moda, passa per il «seggio dei vip» della città. Non mancano i capelli vaporosi e laccati di anziani indisposti con un chiwawa più rilassato di loro sottobraccio. Ma qui votano anche le suore del San Raffaele. Una, 83 anni, ha un passato in Bolivia e un sorriso spalancato sul futuro. L’altra ha sessant’anni è una cosa più a cuore delle altre: «Quando si afferma che la Chiesa e la politica hanno molto in comune provo molto dispiacere. Ma noi votiamo tutte. È un dovere civico fondamentale. Ma lo esprimiamo ciascuna per conto proprio e solo secondo la propria coscienza».

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