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Rubrica “storie di donne”

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Oggi mi alzo di buon mattino e apro il mio armadio. È così pieno di scarpe che potrebbe scoppiare, ma sono tutte in ordine, più colorate e curate di un giardino di rose. Le ho desiderate per tutta la vita. Adoro le scarpe coi tacchi sottili, le sagome sinuose e intriganti, la quintessenza della femminilità. Quella che solo oggi, dopo una dura lotta, posso permettermi.

Se rivedo la mia infanzia, mi vedo sospesa tra due famosi cartoni animati. Il mio nome di battesimo è Oscar. Come quello della nota eroina di un animé giapponese. La soldatessa bionda e androgina della rivoluzione francese: “Lady Oscar”, la bambina allevata dai genitori come un ragazzo perché, dopo molte figlie femmine, desideravano un maschietto. Ecco, per me è stata la stessa cosa. Sono arrivata io, il terzo figlio dopo due femmine, in una famiglia un po’ all’antica di Lauria, paesino della Basilicata. Il tanto desiderato figlio maschio. Ma il mio destino, come quello di Lady Oscar, era quello di una donna. Tanto è vero che il mio cartone animato preferito era Jem e le Holograms, la storia di una bellissima cantante rock che ballava elegante ammirata da tutti. Era a lei che volevo somigliare, anche se ero imprigionata nel corpicino di un maschietto. Non lo sapevo ancora, ma di sicuro lo avvertivo, lo sentivo. Un giorno sarei stata bella e bionda come lei. Ma non è stato facile crescere. A tredici anni, confusa, restavo sempre in disparte: se c’era una festa, non partecipavo, non avevo veri amici. Dentro di me, la consapevolezza di voler essere una donna era ancora lontana, ma avevo degli istinti sempre più forti: per esempio, volevo che il mio viso fosse liscio come quello delle mie sorelle, come quello delle ragazze. Facevo già la barba due volte al giorno e rubavo il fondotinta a mia madre. Non sapevo che questi piccoli riti quotidiani avrebbero trasformato in un incubo gli anni del liceo.
A Lauria, infatti, il liceo classico era nello stesso grande palazzo di un istituto industriale, frequentato solo da ragazzi. Ricordo che percorrevo i gradini della scuola lentamente, quasi a scandire un rito pigro e svogliato (com’ero io verso la scuola e verso qualunque contesto sociale, al quale non mi sentivo pronta): a un certo punto, i ragazzi dell’istituto industriale si affacciavano dalle finestre e me ne dicevano di tutti i colori. Per loro ero un ragazzino effeminato, da deridere e discriminare. Più facevano questo più mi isolavo, ma, paradossalmente, dovevo dimostrare loro di essere forte e virile. Ho dato sfogo alla mia aggressività e finito col fare a botte per difendermi, qualche volta.

Ho vissuto l’isolamento e un muro di silenzio anche in casa mia. I miei genitori avevano intuìto la verità, il mio transessualismo che prima o poi sarebbe esploso, ma facevano finta di non vedere. E la mia vita andava sempre peggio. Non andavo d’accordo coi compagni e con gli insegnanti: essere bocciata, in quarta ginnasio, fu quasi un sollievo, perché almeno così sarebbero cambiate le facce che vedevo ogni giorno. Ma per mio padre, un tempo così fiero di aver avuto un figlio maschio, evitare il problema all’infinito fu impossibile. Cominciò a mal digerire la femminilità che cercavo di avere indossando ciglia finte, o indumenti poco maschili. Mi rimproverava: qualche volta si arrabbiava moltissimo e faceva delle scenate. Ma io non riuscivo a reprimere questo istinto, quello di assomigliare anche nell’aspetto alla natura che avevo dentro e che si sviluppava sempre più forte a dispetto della barba e delle fattezze maschili. Non avevo certo la complicità delle mie sorelle: loro, come molti, non riuscivano a capirmi. Del resto, non mi capivo ancora neanche io, in fase di crescita. E questa fatica di accettarmi, di compiere appieno su me stessa i cambiamenti che avrei voluto, mi portava a rifiutare anche le occasioni di innamorarmi. Un vero “primo amore” non ho potuto permettermelo, negli anni di scuola. Non vedevo l’ora di compiere diciotto anni perché così avrei avuto la patente e la macchina per uscire da quel piccolo mondo e cercare persone più simili a me. E così è stato.

Navigando su internet, scoprii che, non lontano da dove abitavo, esistevano locali frequentati da omosessuali, travestiti e qualche transessuale. Non era niente di strano, o di più trasgressivo di quello che succede in una normale discoteca: era solo un posto dove, il sabato, pensavo di sentirmi più a mio agio perché nessuno faceva caso a come mi vestivo o ai miei modi effeminati. Non li discriminava. Eppure travestirmi non mi piaceva. Perché indossare una parrucca o imbottire un reggiseno quando tu vorresti essere una vera donna, anziché limitarti a sembrarlo? Era come indossare una maschera triste. Più o meno in quel periodo mi legai sentimentalmente per la prima volta. Avevo diciotto anni compiuti e lui era un po’ più grande di me e aveva una bellissima casa al mare, dove passavamo il tempo soprattutto a parlare. Mi disse la cosa più dolce che mi sia mai stata detta: «Tu sei un angelo senza sesso».
Finito il liceo, cominciai a farmi chiamare Lavinia: un nome che mi sentivo dentro, il mio, non so perché. M’iscrissi a una scuola di Milano per diventare una make-up artist. Pensavo di averle viste tutte, in fatto di discriminazione e pregiudizi. Sbagliavo. A Milano, di fronte alla mia sessualità ambigua e al mio abbigliamento “eccentrico” e femminile, nessuno si fidava di condividere con me un appartamento. Anche quando avrebbero dovuto assegnarmi degli stage, a scuola, mi sentivo malvista. Così tornai a casa, a Lauria. Dove, giusto in quel periodo, mio padre si ammalò gravemente, e purtroppo morì in pochi mesi. Fu terribile. Negli ultimi tempi, la sua unica premura era dirmi che mi voleva bene davvero, ma non riusciva a dirmi altro, a chiedermi di fargli delle promesse per il futuro come invece faceva con le mie sorelle. Dirgli addio è stata la cosa più difficile della mia vita, ma so anche che, così come sono oggi, lui non mi avrebbe mai accettata né capita.

Dopo poco tempo, decisi di proseguire i miei studi di estetista ai massimi livelli. E di farlo a Roma. È stata la scelta più bella che potessi fare. Non solo sono finalmente riuscita a diplomarmi come make-up artist: a Roma ho anche trovato dei lavori. Mi sono sentita accettata, mi sono impegnata in un call center. Forse non dipendeva solo dagli altri: è probabile che riuscissi a socializzare di più perché finalmente stavo sbocciando, e questo stava cambiando profondamente anche me. Ero finalmente pronta a diventare quella che ero sempre stata: seguii una terapia ormonale a base di estrogeni anti-androgeni, così il mio seno ha cominciato a svilupparsi. A Napoli, grazie ad alcuni amici conosciuti sulla mia strada, persone come me, ho subìto un intervento per eliminare completamente la barba. È stata la mia conquista: alzarmi al mattino e vedere un viso liscio e bianco era quello che desideravo da sempre. Dopo tre anni, ho trovato il coraggio per l’intervento al seno, affrontato coi miei risparmi Oggi, aspetto il momento giusto per l’operazione definitiva, e lo aspetto assieme al mio fidanzato, un meraviglioso uomo che conoscevo da quattro anni prima di scoprirmi innamorata. I miei sogni sono qui: galleggiano in un armadio di scarpe. Presto – spero – aprirò un atelièr tutto mio. Sorriderò sicura alle clienti. E soprattutto alla vita.

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