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Chi rispolvera mestieri dimenticati, chi il lavoro prova a inventarlo o riciclarlo; chi moltiplica i titoli di studi nella speranza che, mescolandoli a regola d’arte, il futuro dia i suoi frutti. E chi, invece, lo vede impennare, esplodere, anche se a tonnellate d’oceano da qui e con un curriculum tutt’altro che antiquato. Il nome inglese «Digital Board Director», infatti,  fa quasi pensare a un androide con nuove e imperscrutabili capacità manageriali. Ma lo studio della Russell Reynolds su questa figura emergente – i Digital Board Directors, appunto – dice di più. L’analisi, che ha coinvolto 300 società tra Stati Uniti, Europa, Asia e Oceania, spiega che queste figure professionali sono in gran parte donne, membri del consiglio di amministrazione di un’azienda con profonde abilità nel marketing digitale e nell’impero social. Ma di che si tratta, più nello specifico? Sono consiglieri d’azienda sempre più utili, che navigano come pesci nell’acqua nel mondo digitale e ne sfruttano le risorse per risolvere problemi e far decollare progetti innovativi.

Consiglieri non esecutivi o indipendenti, i Digital Board Directors sono al centro di una panoramica perché in aumento: raddoppiati tra il 2010 e il 2012, i consiglieri del Terzo Millennio si sono forgiati in aziende come Microsoft, eBay, Google, Apple e Yahoo!, attingendo a piene mani la loro esperienza nelle realtà leader del contesto digitale oltreoceano. Le donne? Almeno il 31%, laddove le quote rosa tra i consiglieri «non digitali» viaggiano appena sul 18%. E se l’età media dei consiglieri tradizionali è intorno ai 62 anni, i Digital Board Directors hanno, mediamente, sfiorato appena la soglia dei 50.

Figura innovativa, giovane, e spesso in gonnella, quindi. Ma che in Europa non è decollata come negli Stati Uniti: i consigli di amministrazione delle cento maggiori aziende europee non sono pervase da Digital Board come nel Nuovo Continente. Stando alle percentuali, il 24% delle Compagnie americane (rientranti nelle cento più importanti degli Stati Uniti) ha almeno due Digital Directors nei cda. In Italia? Appena il 4% vanta lo stesso numero di consiglieri digitali. L’assistenza di un profilo che assomigli ai Digital Directors, in Italia, avviene ancora perlopiù in aziende come le multinazionali tascabili (in particolare nei servizi a tecnologia avanzata e lusso accessibile) e nei casi di consociate estere di grandi gruppi multinazionali. Un po’ di ritrosia verso quella che sembra una professione per nativi digitali? Se così, è sbagliata. La percentuale di quarantenni o più giovani, tra i Digital Directors, è di appena il 4%. Persone che, insomma, internet e le sue possibilità li hanno studiati e respirati da grandi. Abilità in cui le donne, e in generale profili flessibili e abituati al Net, spiccano in tutto il mondo, ma vanno a rilento (l’88% delle aziende europee interessate dallo studio di Ronald Reynolds ne è sprovvisto). Tra le società italiane nel gruppo Ftse Mib, solo una piccola parte (circa il 10%) ha un Digital Director a bordo. Altro che androidi, insomma: figure munite delle solite vecchie arti, dalla fantasia per il problem solving a quella per cambiare pelle, rapidamente e al passo coi nuovi linguaggi. Un esempio di lavoro di funziona, di un futuro dal cuor antico, anche ai tempi della recessione.

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