Maggio 2013: Sono mostri, eppure li amiamo

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L’ultimo si chiama Beautiful Creatures. Per non bleffare: per far capire subito che essere «speciali» alla maniera di maghi, vampiri, fantasmi, perfino mostri, è un dono «bellissimo». Le atmosfere sono quelle di Twilight, la saga (quasi) infinita di Stephanie Meyer. Se la colonna sonora dei vampiri era stata il pop-rock dei Muse, qui – in Beautiful Creatures – si ricorre all’immortalità dei Beatles. Gli originali. E se, nelle fiabe, a 16 anni le eroine baciavano per la prima volta, qui decidono se diventare streghe buone o cattive. Qualcuna opta per la seconda chance, così felicemente che sembra vera.
«The walking dead –Survival instinct» (“Il morto che cammina – istinto di sopravvivenza”) è solo l’ultimo titolo della zombie-mania formato playstation che spopola da vent’anni,anche tra i videogiochi. Tratto da un fumetto, è stato una serie televisiva pluripremiata: oggi, un videogame in 3D in cui, reduce da un’apocalisse, il mondo è invaso dagli zombie. Si salvi chi può. E possibilmente, si diverta.
La morte, il monstrum, il diverso (la cui straordinarietà spaventa) sono gli eroi che fanno salire l’adrenalina, sospirare fantasie sensuali, illudere che tutti loro, una volta che li abbiamo affrontati, vinti, amati, rendano possibile qualunque cosa. Al nostro fianco o chiamati –direttamente dall’inconscio collettivo – a sfidarci, a incarnare la nostra catarsi. Come faccia un ectoplasma a incarnare qualcosa, poi, lo sa solo Hollywood. È il sonno (a occhi aperti) di Hollywood, a generare i mostri. Kristen Stewart e Robert Pattinson, gli sbarbatelli eterei di Twilight, sono oggi la coppia di fidanzati ventenni meglio remunerata del mondo. Volti e pelle che paiono strappati a un affresco rinascimentale; una Giuletta Capuleti con lo sguardo algido, lei, un efebico,inoffensivo, inarrivabile bellone lui. Il vampiro.
La tradizione del succhia-sangue dongiovanni, in effetti, non è nata ieri. Il Dracula di Gary Oldman stendeva la sua Mina (Winona Ryder) dicendole: «ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti»; e se il “conte” ti dice così, con quella faccia, il fatto che bere sangue umano lo tenga in vita è un dettaglio. Anzi. Dacché mondo è mondo, più la faccenda è pericolosa più è travolgente, impossibile da abbandonare. Johnny Depp non era grazioso nei panni di Edward Mani di Forbice: aveva la morte cucita addosso, il pallore della luna e dei cadaveri, ferite dappertutto, i capelli peggio di Frankenstein (a proposito di mostri)… e lame affilate al posto delle mani. Ma gli occhi. Quegli occhi fendevano il cuore più delle sue «forbici» montate da Tim Burton sulle sue braccia. E ancora una volta, a impazzire d’amore era la giovanissima Winona Ryder.
L’archetipo che fonde amore e morte è tanto vecchio che ha un nome greco: «eros e thanatos». Farne un business, con le parole, le facce, la tecnologia giusta, è facile. Buffy l’ammazzavampiri nacque proprio così: Joss Whedon, il suo autore letterario, confessò che il modello che gli serviva era la ragazza qualunque, la cittadina-tipo di un paesino sonnacchioso e banale, ma con una irresistibile marcia in più. La forza bionica di uccidere i vampiri. E poi, naturalmente, di innamorarsene alla follia. Il tragico incidente di Brandon Lee sul set de Il corvo, poi, morte nella morte con un colpo di pistola, fece di quel volto truccato da macabro Pierrot, un horror struggente senza più confini con la realtà.
Fantasmi a puntate hanno appassionato il pubblico (nutritissimo) di Ghost Whisperer, dove gli spiriti apparivano alla medium Jennifer Love Hewitt, senza togliere il sonno all’attrice, sempre più amata, né a chi,assieme a lei, aveva l’impressione che l’aldilà avesse storie più interessanti della propria vita. E soprattutto, che fosse a un passo da qui.
I mostri che piacciono ai ragazzi vivono negli stessi luoghi dei ragazzi. Sono le pareti di un liceo qualsiasi, in un paese qualsiasi che langue nella noia (è il caso delle saghe di Twilight, di Buffy e dei suoi spin-off al cinema, di Beautiful Creatures, perfino di Edward Mani di Forbice, dove la mostruosità del personaggio era diventata una morbosa attrazione pubblica), e la morte si fa dolce. Così dolce da dialogare con noi alla pari. Il bosco dai profili gotici, le lotte coi lupi, lo spettacolo offerto dalla violenza a prova di horror, l’eroe emaciato e tenero che scopre sotto le belle labbra i canini di un belva, sono il batticuore angosciato nel quale gli adolescenti si sentono a casa. L’emozione di farsi male e scoprire che il male passa. Il rosso vermiglio del sangue che,con un bacio, rassomiglia più a un petalo di rosa che a una ferita letale. C’è di più. Per congiungersi al suo Edward (in Twilight),Bella era costretta a diventare un vampiro come lui. A cosa può arrivare l’amore? Quali rinunce, quali passaggi, quali sacrifici senza ritorno può richiedere? Non sono tutte domande che i comuni mortali si pongono tutti i giorni? Bell’elogio della diversità – potrebbe obiettare qualcuno – se alla fine i due innamorati devono per forza diventare uguali, per poter stare insieme. Come Shrek e Fiona, sì, ma quelli erano più divertenti.
A dir poco geniale fu la concezione di Tim Burton del «regno dei morti» ne La Sposa Cadavere. Il timido pianista Victor che inciampa, promesso sposo dai suoi genitori, in un sottosuolo di ectoplasmi deformi. E qui infrange il cuore a lei, la morta rediviva: quella che in una storia qualunque, col viso decomposto a metà, sarebbe stata la rovinafamiglie. Ma fatele cantare «Se trovassi una candela non mi brucerei. Il ghiaccio e il sole li confonderei. Il mio cuore è in mille pezzi, anche se non batte più», e vedrete più vita in lei di quanta non ve ne sia nel mondo lassù, quello dei vivi, che Tim Burton ha dipinto senza colori. I fantasmi, invece, sono pieni di colore e suonano note meno malinconiche di quelle di Victor. La vita e l’amore sono ovunque uno li sappia cercare, è la morale. La morte è un incubo, nulla da cui non ci si possa svegliare, e il tempo per cercare la felicità non conosce clessidre, né leggi naturali. La ricerca è eterna. Chi non sarebbe pazzo per gli zombie, se il loro messaggio fosse questo?

Aprile 2012: Chi è la nuova Audrey?

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Quella vera ci manca moltissimo. Era unica: una creatura fatta d’aria che strimpellava sul davanzale, ammaliando gli occhi del giovane George Peppard, e strappandogli il sorriso più romantico del cinema. Holly Golightley, si faceva chiamare in Colazione da Tiffany (1961). Ma mentiva: in realtà era Sabrina, una fanciulla introversa e tenera che Billy Wilder aveva mutato in una stella, nell’omonimo film del ‘54. O, ancora, era la principessa Anna, perché il regista William Wyler l’aveva preferita a Liz Taylor tra le braccia di Cary Grant: il risultato, Vacanze romane.
Un giunco ossuto, di un fascino senza spigoli. Una ballerina mancata, un’icona di eleganza: ma di una femminilità che s’impone sussurrando e, proprio per questo, non teme le minacce del tempo. Occhi castani colmi di luce in una cerniera di ciglia soffici; un sorriso contagioso e fresco come pochi al mondo. Audrey Hepburn. È lei che la stampa internazionale, come un innamorato deluso, arso dall’ossessione, cerca in tutte le donne del mondo: star dopo star, generazione dopo generazione. E appena le parole «stile» e «innocenza» si appoggiano a una pinup, ecco il battesimo trito e ritrito della diva: «È lei la nuova Audrey».

L’ultima però le assomiglia davvero. È un fatto quantomeno somatico. Si chiama Rooney Mara, ha ventisei anni, e ha sfiorato l’Oscar come coprotagonista del film Millennium: uomini che odiano le donne. Un progetto per il quale David Fincher ha preferito questa gracile cerbiatta bruna alla morbida e biondissima Scarlett Johansson: esattamente come Audrey (per Colazione da Tiffany) aveva fatto le scarpe a Marylin Monroe su decisione di Truman Capote. Rooney, «la nuova Audrey», si è vista piovere addosso il successo da un giorno all’altro: l’occasione era stata il film campione d’incassi, pluripremiato, The Social Network. Ma per Millennium alla piccola Rooney è stato chiesto un prodigio: quello di abbrutirsi a forza di sopracciglia rase al suolo, acconciatura ridotta a una cresta tribale e abbigliamento punk, e piercing (di quelli veri) disposti alla rinfusa sul visino emaciato. Un personaggio complesso, quello di «Lisbeth Salander», che riporta sullo schermo il primo capitolo della trilogia svedese dello scrittore Stieg Larsson, e che al cinema, appunto, era passato per mani svedesi nel 2009. Il ruolo di una «hacker» che fa da spalla al protagonista Daniel Craig nella ricerca di una donna scomparsa: personaggio declinato senza scomporsi molto su scene di erotismo estremo e violenza carnale. «Ho conosciuto “Lisbeth” nel romanzo e ho lavorato sodo per “diventare lei”. Si tratta di un personaggio scisso in due da molti punti di vista: determinato e vulnerabile, più maturo dei suoi anni eppure emotivamente infantile, quasi naïf. Più che calarmi in Lisbeth, il problema è stato uscirne».
Che sia la nuova Audrey per una somiglianza estetica impressionante e un talento già noto alla critica è una certezza. Ma quali altre pinup del Terzo Millennio sono state accostate all’icona planetaria degli anni ’50 e ’60? Certamente Anne Hathaway, all’indomani de Il Diavolo veste Prada. E Natalie Portman, il pulcino aggressivo di León, oggi attrice dal curriculum sterminato, il viso di perla e un Oscar come miglior attrice protagonista per Il Cigno Nero. E Keira Knightley, che alla Portman assomiglia come una goccia d’acqua, con un tocco europeo che non guasta mai, un debutto (pure lei) da enfant prodige o quasi: oggi è una delle attrici più desiderate (e remunerate) di Hollywood, sensualità androgina e sguardo magnetico: e come dimenticarla vestita di smeraldo, di una naturale eleganza senza tempo nelle scene più famose di Espiazione? Che sia venuto in mente di assegnarle l’eredità della Hepburn guardando quel film? Strano ma vero, «La nuova Audrey» era stata anche Katie Holmes, almeno secondo la sua ben autorevole collega Diane Keaton, che l’ha paragonata alla Hepburn anche per il suo impegno nel sociale. Ex lolita di Dawson’s Creek e oggi firstlady di casa Cruise, nelle magie del tubo catodico, già firstlady degli Stati Uniti sotto le spoglie di Jackie Kennedy. Eppure, per quanto graziosa, non faceva venire in mente Audrey Hepburn neanche in una occasione così calzante. Poi, a proposito di «donne Katie», l’agognato epiteto è stato concesso di recente anche alla principessa Kate Middleton. Scontato, inadeguato.
Tutt’altra pasta, Miss Rooney Mara: mutevole come la pelle di un serpente, occhi di un verde pulito, quasi senza fondo. Filiforme e perfetta per le pose di Vogue, perfetta per gli strascichi di raso quanto per il look metal, spaventoso ma, soprattutto, spaventato. Del resto, lo ha accennato lei stessa: forza e fragilità, autocoscienza e follia, capacità di affondare le unghie nelle sfide e paura di esserne divorate. Una giovane donna è questo, sessant’anni orsono quanto oggi. E, allo stesso modo, lo è una grande attrice.

Sarò cattivissimo, ed è colpa di Al Pacino

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Call of Duty

«Abbiamo costruito computer, robot, armate automatizzate. Ma cosa succede, quando il nemico ruba le chiavi? Quando gli aggeggi che abbiamo costruito per difenderci sono rivolti contro di noi? È allora che si sono resi conto… che avranno sempre bisogno di uomini come noi».
Uomini – non c’è partita per nessuno – come Giancarlo Giannini. Tale e quale a questo copione, recitato dalla sua voce, è la sua partecipazione al doppiaggio di Call of Duty – Black Ops II, la saga di videogame giunta all’ottavo capitolo. Altissima tecnologia, di quella che ti risucchia nel cuore della realtà virtuale, vellutata e cristallina come la terza dimensione, eppure coi suoni tutti umani dell’attore italiano più famoso al mondo. La voce del perfido Raul Menéndez. Il videogioco bellico che fa combattere (sullo schermo) 40 milioni di utenti online ogni mese, e due milioni in Italia. Battaglie efferate durante la Seconda Guerra Mondiale, il periodo della Guerra Fredda, e adesso, finalmente, la «Guerra Futura»: un capitolo di fantapolitica in cui il personaggio di Raul Menéndez detiene (materialmente) le chiavi della buona e della cattiva sorte dell’umanità. Le ha rubate all’infrastruttura militare americana, ed è deciso a distruggere il mondo intero. È anziano, emaciato e ha occhi di ghiaccio: ma quando Giancarlo Giannini lo «riempiva» con la sua voce, non poteva guardarlo. Si limitava a seguire grafici che, con la sua vocalità, ondeggiavano colorati. Un risultato che dà i brividi.
Assomiglia a qualcuno incontrato nel suo passato di centosettanta film, questo «ectoplasma da guerra» di Call of Duty? «Ho doppiato su un diagramma: un asse di volume e tempo. No, non assomiglia a nulla di quello che ho fatto prima. Ma io non sono abituato a guardarmi indietro. E quando arriva un lavoro nuovo, che divertimento c’è se dai per scontato di saperlo fare?»

Call of Duty è un videogame fatto con la stoffa del cinema. E Giancarlo Giannini, l’attore passato per le mani di Visconti, Monicelli, Ridley Scott e Francis Ford Coppola (con una nomination all’Oscar nel 1977, nel pieno della collaborazione con Lina Wertmüller), è anche un esperto doppiatore. Uno che il cinema lo vive in lungo e in largo, appare e scompare, ma lascia sempre il segno. Guai a dire, però, che i videogiochi e i film sono cose «reali», deputate a raccontare la verità. «La differenza tra un videogioco e un film – secondo Giannini – è che col primo puoi interagire direttamente. Ma in realtà, anche con un film qualsiasi puoi interagire. Con la fantasia, guardandolo più volte, immaginando finali diversi. A proposito dell’interazione – spiega – quarant’anni fa in America conobbi un italiano che si occupava di gravità e magnetismo. Mi portò in un salone immenso e mi disse: “Tu che sei un elettronico (Giancarlo Giannini ha un diploma di perito elettronico, ndr) e anche un attore, potresti partecipare al nostro progetto. Vogliamo creare la battaglia navale sul grande schermo, conciliare scienza e arte.” Qualche anno più tardi, naturalmente, lo hanno fatto davvero».
Il momento più felice della sua carriera è stato negli anni Settanta. Com’era il cinema internazionale allora? E cos’è invece il cinema di oggi? «Era diverso il modo in cui producevamo. Eravamo più curiosi. Più consapevoli di raccontare “la grande favola”. E non c’era la frenesia, venuta fuori dalla televisione, di fare tutto rapidamente con la preoccupazione dei costi. Difatti i film erano più belli, ma appartenevano alla loro epoca. È cambiato il mondo». Naturalmente. Ma in che senso? «C’è paura. E la televisione ha contribuito molto a dare un senso troppo immediato e tragico delle cose. Accendi il televisore e c’è dentro tutto. Ho girato un film d’azione (che deve ancora uscire), una storia complessa, il calvario di un uomo in cui parlo, tra l’altro, di questo. Della paura dei rapporti umani».
Provi a dirgli che l’arte (e il cinema in particolare) hanno tanto più valore quanto più rassomigliano a quello che ci circonda. Lui interrompe bruscamente: «Diciamo la verità. Attentati, vicende politiche, fatti storici: il cinema degli ultimi anni è tutto ciò. Benissimo. Ma il cinema è molto più potente di così: il cinema può tutto! La storia di Pasqualino Settebellezze (il film per cui Giancarlo Giannini fu candidato all’Oscar) era la storia vera di un napoletano in un campo di concentramento. Nessuno voleva farla. Io volevo fare “Pulcinella” in un campo di concentramento, derogando dal neorealismo, facendo una cosa completamente diversa. Prendere gli attori dalla strada? Rossellini detestava queste abitudini del neorealismo: era fiero di scritturare gli attori più bravi e più pagati dell’epoca. La verità è là fuori. Il cinema deve fare di più».
Il che conferma, però, che non tutti i voli di fantasia siano bei sogni… «Guarda questo videogame. C’è combattimento, sangue. Ma va benissimo. È finto! È solo… verosimile. Con questo principio, la storia in un italiano qualsiasi può svolgersi dall’altra parte del mondo, in Canada, o chissà dove, anche sottoterra, perché resta comunque solo la storia di un uomo. È questo che cerchiamo». A proposito di italiani che potrebbero trovarsi – e vivere – ovunque: è vero che, dopo la nomination all’Oscar, Giancarlo Giannini avrebbe potuto fare i bagagli e sbarcare definitivamente a Hollywood? Perché ha finito col vivere in Italia? «Il mio primo successo americano fu Film d’amore e d’anarchia, sempre di Lina Wertmüller. Ma in America, “fammi un italiano”, significa vestire un po’ i panni di “Arlecchino”, non stabilire le giuste differenze e sfumature. Ho rifiutato le proposte di registi americani molto importanti anche per questa ragione. In America, è tutto molto più superficiale. Ma fanno un cinema migliore del nostro». Perché? Semplice: «Perché hanno capito a cosa può arrivare un film. Lessi un copione. Una lettura incuriosita, non finalizzata a interpretarlo. Dissi ad Al Pacino, che per me era una stronzata. “Ma come una stronzata?” replicò lui. “Questo è un film che incasserà moltissimo”. Ma noi italiani ci trasciniamo un bagaglio di tradizione e cultura che penalizza il gioco. Loro ci sono più avvezzi».
Al Pacino, appunto. A un certo punto, facendo zapping col telecomando, puoi imbatterti nella sua voce. La sua voce italiana. Ma poi non trovi Al Pacino. Trovi la faccia di Giannini (del resto è sua, quella voce) accanto a James Bond, che sta recitando a tuttotondo. Con gli stessi occhi azzurri, con tenui striature sottobosco, che si dilatano e parlano qui, adesso. Ha stretto tra le braccia le attrici più belle e talentuose del Paese. E sa ancora come far sparire tutto questo e diventare «una voce». La voce di un altro. Cos’è il doppiaggio, secondo Giancarlo Giannini? «Una mostruosità. Una trasformazione. Ma anche un gioco fantasioso: che ti obbliga a mimetizzarti per aiutare quel “poveraccio” che parla inglese, e lo rendi credibile in un altro Paese. Credibile. Non vero. Mi raccomando».

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