coppieadistanza

Sarà che vedere il suo viso galleggiare in un display è confortante. Sarà che quando scrive dà il meglio il sé, è addirittura più espansivo. Sarà che il contatto virtuale è sempre meglio di niente: ma le coppie che devono accontentarsene – le coppie a distanza – sono sempre di più. Secondo dati delle Communinty SWG e Pink Lady, sono 3 milioni gli italiani che si spostano abitualmente per amore: il 3% della nostra popolazione. La media degli incontri in un mese? Appena 2.7 volte, e chi prende il treno o l’aereo, secondo questa ricerca, è più spesso Lui. Lui che quasi certamente ha un lavoro in un città lontana da Lei, Lei che ancora studia o che ha a sua volta un ufficio che non può lasciare, a centinaia di chilometri dal fidanzato, o perché no, dal marito. Sì, perché neanche i matrimoni scampano a questa tendenza: a storie che la lontananza non consuma, non logora, storie destinate a tutt’altro che al de profundis solo perché ci si vede poco. Anzi. Storie che, dell’equilibrio sottile del vedersi poco, hanno fatto un punto di forza: storie in cui le continue interruzioni sono, probabilmente, nuova linfa per il futuro. Sono chiamate «LAT» («Living Apart Together», «vivere insieme separati»), queste coppie il cui acronimo esprime intenzioni e condizioni concrete.

Colpa della crisi e merito delle nuove tecnologie. La crisi che costringe ad accettare un posto di lavoro, sia pure precario e sottopagato (purché sia) in qualunque luogo; e tecnologia che materializza questa sorta di «telepresenza tascabile» della persona amata, ma anche treni ad alta velocità e voli low cost che illudono menti e portafogli di accorciare le distanze. Nel 2013, il Journal Communication ha pubblicato uno studio sulla vita delle coppie a distanza: interazioni più intense, e contenuti più significativi e profondi sarebbero alla base quotidiana di queste relazioni, rispetto alle storie che si consumano regolarmente, sotto lo stesso cielo e lo stesso tetto. Circa 3 milioni di coppie americane vivono separate, e la stessa tendenza sta travolgendo le generazioni di studenti. È Rachel Sussman, psicoterapeuta e autrice del libro The Breakup Bible (La Bibbia delle separazioni) a sostenere a gran voce che le relazioni sopravvivono alla distanza grazie ai nuovi strumenti di comunicazione. Non solo i social network, piazze affollate un po’ dispersive per gli amanti a distanza, ma soprattutto applicazioni come WhatsApp, Skype, FaceTime: quel piccolo mondo chiuso in un monitor nel quale, meravigliosi, prendono forma volti e voci che tanto amiamo. Quasi fossero a un palmo da noi, ma mai abbastanza da farci sentire sazi, o addirittura un po’ soffocati. E lo schermo, che crudelmente allontana, protegge da tutte le controindicazioni della convivenza. Le coppie a distanza più celebri? Brad Pitt e la sua Angelina Jolie, David e Victoria Beckam,  Lewis e Nicole Sherzinger, Russell Brand e la cantante americana Kate Perry. Un toccasana per la passione, sostengono i vademecum che, a stormi, si trovano su internet digitando «amori a distanza», e sui quali psicologi e sessuologi si esprimono in coro: una storia a distanza – assicurano gli esperti – evita il cosiddetto «rapporto fusionale», quella normalità fatta anche dipendenza reciproca dei due partner. Quella che, nelle cosiddette «famiglie del weekend», non attecchisce perché la necessità crea autonomia per la maggior parte del tempo. Anche se un’autonomia malinconica, compromissoria, difficile. Quella routine fatta di rinunce che, però, dati alla mano, vale la pena.

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