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Che le donne siano esperte di slalom sui tacchi sottili tra gli impegno d’ufficio e quelli tra le mura domestiche, tra gli esami affettuosi occhi negli occhi con marito e prole, oppure sedute alla scrivania fino all’ora di cena, mistero non è. Eppure, recita l’Istat: «Sono poco meno di 10 milioni [le donne] che nel corso della loro vita, a causa di impegni familiari, per una gravidanza o perché i propri familiari così volevano, hanno rinunciato a lavorare, hanno dovuto interrompere il lavoro, o non hanno potuto accettare un incarico o, ancora, non hanno potuto investire come avrebbero voluto nel lavoro».

Dati relativi al 2011 ma che probabilmente non scadono nel loro concetto ancestrale, quello vecchio quanto il mondo e duro a morire anche in un mondo pieno di donne in carriera, o di donne che una famiglia nuova, per amor della carriera, hanno scelto di non averla mai. Vero è anche che i nonni sono, spesso, parte integrante delle famiglie che hanno avuto dei bambini; dunque, un aiuto a basso costo viene sempre più di frequente da braccia familiari amate e che amano. Che fanno tutto il possibile per venire incontro agli orari difficili di mamma e papà, soprattutto mamma, a quanto pare, che secondo l’Istat è quella più disposta tra i due, ancora oggi, a dare forfait alla sua carriera per concentrarsi sulla famiglia. Un altro fenomeno che rassicura un bel po’ di mamme «impegnate»? L’incremento degli asili nido aziendali. A quindici anni dal disegno di legge che, nel Piano Nazionale degli asili nido, si impegnava a «proteggere la maternità come valore ed evento di grande rilevanza personale e sociale», un disegno di legge che prevedeva stanziamenti di quote alle regioni e ai comuni, e che di certo ha dato un sostegno  importante alle neomamme, purtroppo la percentuale di donne che appende il lavoro al chiodo per amore di figli e marito è molto alta. Si tratta del 44,1% della popolazione femminile di età compresa tra i 18 e i 74 anni. Una tribù di figlie, mamme, nonne, che fanno a pugni con le difficoltà di conciliare un impiego remunerato con la mole di piccole-grandi fatiche che le attendono a casa.

Il loro denominatore comune? «A causa di impegni e responsabilità familiari –spiega l’Istat –, per una gravidanza o semplicemente perché i propri familiari così volevano», queste signore hanno detto no a un impiego ex novo o ne hanno lasciato uno che già avevano, o, ancora,  si sono viste costrette a rifiutare «un incarico lavorativo» o, infine, «hanno preso, per esempio, congedi con retribuzione parziale, hanno ridotto le ore di lavoro o accettato incarichi di minore importanza».

Ma sono davvero solo le rappresentanti del gentil sesso a fare queste dure rinunce?  «La stessa esperienza è vissuta da un ammontare di uomini pari a meno della metà – precisa l’Istat–  (poco più di 4 milioni, 19,9% della popolazione maschile della stessa fascia d’età)». Si è deciso di tirare ufficialmente le somme, di tradurre il fenomeno in numeri, dopo la pubblicazione del dossier “Come Cambia la vita delle donne”, un volume a cura di Linda Laura Sabbadini, Sara Demofonti e Romina Fraboni. Al 2011, appunto, risalgono gli ultimi dati disponibili, ma l’Istat puntualizza che sono dati  di tutta attualità, dal momento che le interviste hanno riguardato non gli eventi accaduti nell’anno ma nell’arco della vita di ciascuna donna. Di più: secondo l’Istituto di statistica, nel 2012 quasi una madre su quattro di quelle occupate in gravidanza non lavora più al momento dell’intervista (percentuale che era invece pari al 18,4% nel 2005). «Io sono una mamma – recita una popolare vignetta in voga sui social network – e tu? Che super poteri hai?».

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