FFCosenza

Nella piccola Luzzi, immersa nell’hinterland di Cosenza e popolata da diecimila anime, Hamil Mehdi portava in giro un nome e un viso esotici, ma sembrava un ragazzo come tanti. Venticinque anni, i tratti somatici e i colori del suo Marocco, una vita da venditore ambulante di tappeti. Nelle immagini che lo dipingono oggi, dilaganti, sembra perfino più giovane e ha quasi un’aria smarrita. Hamil Mehdi è stato arrestato nella notte di ieri: un’ordinanza di custodia cautelare eseguita dalla Digos di Cosenza, con una motivazione forte e chiara: si tratterebbe di un foreign fighter, che, da un casolare circondato da capre e galline, si adoprava per combattere nell’esercito del Califfato.

L’operazione, coordinata dal Servizio centrale antiterrorismo, avrebbe messo a nudo il suo più grande desiderio: quello di lottare sotto le bandiere dell’Isis, anche a costo della vita in nome della Jihad. Dopo dieci anni in Italia, il giovane, nel luglio scorso aveva già tentato di volare in Siria, dove avrebbe dovuto arruolarsi come volontario, ma atterrato in Turchia è stato bloccato immediatamente dalle autorità: «elevata pericolosità sociale», recitavano i servizi di sicurezza di Ankara, e per questo, in concerto con l’Antiterrorismo italiano, Mehdi è stato costretto a tornare in Italia. Da allora, l’attenzione della Digos ha braccato palmo per palmo questo ragazzo esile e bruno, col petto e il computer pieni di rabbia e ambizioni da jihadista. Ed è stata proprio la corrispondenza sul viaggio in Turchia a tradirlo, mentre la procura di Catanzaro si è affrettata ad aprire un fascicolo per «auto-addestramento ai fini di terrorismo internazionale»: un reato inserito nella nuova legge antiterrorismo. Il passo fino all’arresto di Hamil Mehdi, dunque, è stato rapido e deciso. Nonostante il giovane si sia sgolato, ieri, con i poliziotti di Cosenza: «Sono andato in Turchia solo per pregare: mi avevano già contestato di appartenere all’Is, ma io ho sempre negato».

Gli inquirenti parlano con disinvoltura di «jihadismo da tastiera»: un credo nutrito di link, video dai contenuti forti e inequivocabili, messaggi sui social network. Un sentimento – spiega la polizia – «autoaddestrato e radicalizzato», tra le pareti della sua stanzetta, e sogni puntati al «martirio anti-occidentale nel nome di Allah», alla ricerca delle «chiavi del Paradiso». Inutili i tentativi di sottrarsi al controllo informatico per Hamil, che praticava la moschea di Viale Mancini a Cosenza ma – parole sue – sognava di «pregare in una moschea molto più grande». Nessun legame con la cellula che ha brutalizzato Parigi il 13 novembre: ne sono sicuri, per adesso, gli inquirenti, ma quel biglietto aereo di sola andata per la Turchia all’oscuro dei genitori, 800 euro in tasca e il libretto dei Fratelli Musulmani sui doveri del buon credente, erano basi sufficienti a impensierire; a ciò si sono aggiunte schede per l’allestimento di materiale esplosivo. E infine,  nei suoi cellulari, sono affiorate tracce di «traingolazioni» con contatti riconducibili – sotto falso nome – a El Khazzani, vale a dire l’autore dell’attentato sventato lo scorso agosto sul treno Amsterdam-Parigi.

E mentre il sindaco di Luzzi, Monfredo Tedesco, parla di quella famiglia marocchina, silenziosa e garbata, come di un nucleo pienamente integrato, la questura conferma: si tratterebbe di «radicalizzazione isolata, anzi “individuale”, che avrebbe potuto portare a comportamenti violenti o di sabotaggio, anche senza collegamenti stabili con organizzazioni terroristiche». Insospettabile, questo borgo bagnato dal Crati nel profondo Sud, come lo scenario di una delle prime operazioni dettate dalla nuova normativa antiterrorismo. Il percorso verso questo successo?  «La nostra bravura – si compiace Claudio Galzerano, direttore della seconda divisione del Servizio centrale antiterrorismo della Dcpp-Ucigos – ma anche pizzico di fortuna, e la capacità di saper fondere diverse esperienze in un’ottica di cooperazione internazionale».

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