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P.S. Io, se tutto va bene, e a meno che non ci ripensi (:))) ) seguirò per MagUp (e non solo) il prossimo festival del cinema di Venezia, con videocronache e recensioni dal Lido. Ma veniamo a noi.

Cartoni animati anni 80: strappalacrime? Certo. Ma molto di più.

 Qualche sera fa, a cena con una cara amica, è saltato fuori un discorso che, tra donne, in una pausa pranzo al Giornale, avevamo già affrontato con passione qualche inverno addietro. E, a pensarci bene, gli argomenti erano passo passo quelli, a loro volta, di una lunga notte in Grecia con alcune colleghe dell’università. Argomenti che tutte le donne d’Europa – attualmente tra i 30 e i 40 – attraversano in bilico tra la nostalgia dell’infanzia e il compiacimento di essere ormai adulte, di poter guardare da lontano sogni e modelli (spesso assai dolorosi) di una generazione. I cartoni animati degli anni ’80. Quelli che giusto ieri ho visto rimbalzare in una galleria d’immagini su siti nazionali molto importanti: una galleria sulla natura strappalacrime di storie come quella di Candy Candy, Lady Oscar, Georgie, Charlotte, Heidi, Annette, Milly, Hello Spank e compagni. Hanno dimenticato un cult come Papà Gambalunga. L’ennesima orfana di questo piccolo mondo malinconico e forgiato e dai dissapori con matrigne e sorellastre, ferito da lutti, piegato (ma mai spezzato) da soprusi invidiosi o drammatiche fatalità. Tutto vero. I bambini di oggi queste storie non le conoscono e, chissà, della loro infanzia ipnotizzata dagli occhioni lacustri dei manga e dalle lacrime condivise coi loro personaggi, non ci sarà traccia. Forse, saranno adolescenti meno precoci nella cognizione del dolore.

Ma – e qui torno alle mie gradevoli chiacchiere con le amiche – le donne in particolare, domani, si saranno perse icone femminili e maschili che comunque incontreranno nella vita, e che inevitabilmente le magnetizzeranno. Archetipi vecchi come il mondo, di amori passionali, un po’ maledetti, capaci di ferire con una crudeltà che però aveva un sapore dolcissimo (vedi personaggi come il Terence di Candy Candy, il violento, ma solo coi cattivi, Abel di Georgie) già agli occhi delle bambine di allora. Qualcosa, cioè, che solleticava nelle donne di domani una vena masochistica in nuce, accoccolata e invisibile come solo l’amore sa rendersi, ma già estremamente forte. Già inesorabile. Per non parlare delle competizioni amorose tra fratelli, dei dilemmi tra questo o quell’altro uomo, del piacere di seguire una saga dei sentimenti che oggi, nei cartoni animati tanto in voga, non esiste più. Perché oggi la riduzione della complessità, la dimensione appiattita e industriale dell’intrattenimento per i bambini, non prevede che al bambino si dia uno spaccato non solo del dolore: ma anche e soprattutto dell’energia e della bellezza che quei vecchi personaggi impiegavano per combatterlo. Le gallerie fotografiche sui “cartoni strappalacrime”, insomma, forse dimenticano di sottolineare che le varie Candy Candy, Maya, Pollyanna e compagnia bella, non avevano solo occhi per piangere: ma anche mille insegnamenti per tirare fuori gli artigli e prendere a graffi e morsi le difficoltà. Con un sorriso sulle labbra bianco come la luna. Va detto che Italia1 riproporrà a breve la saga di Georgie. Va detto che le repliche di cartoni animati come Lady Oscar sono state moltissime. Ma ho paura che trovino il pubblico di oggi poco preparato a quell’orizzonte sfaccettato e difficile con cui i bambini, bambini sempre più distratti e precoci per moltissime altre cose, non farebbero male a familiarizzare. Non fosse altro che per la soddisfazione del lieto fine.

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