Ai primi due episodi non sei preparato. L’impatto con i personaggi, la storia e lo stile ti lasciano spaesato: li adori o li detesti, oppure, indeciso, speri che presto qualcosa faccia virare definitivamente le tue sensazioni verso uno dei due poli: la distanza da questo piccolo e inverosimile mondo messo in piedi da Paolo Sorrentino, o, al contrario, il suo fascino irresistibile. Ed è il secondo polo, a nostro avviso, quello che, ingranando puntata dopo puntata, “The Young Pope” ha raggiunto con prepotenza. Un mondo affollato di personaggi, di sentimenti paradossali, di situazioni grottesche: di storie e dialoghi che sembrano prendere corpo da un romanzo più che da una sceneggiatura televisiva. Il mondo di Lenny Belardo, il papa giovane con gli occhi acquamarina e il fascino nevrotico di Jude Law.

Chi è Lenny? Papa Pio XIII: conservatore o spiazzante conoscitore della società, soprattutto quella mediatica; sadico narciso o scanzonato amante del bello; insensibile e indomabile politico, oppure delicatissimo e suggestionabile ragazzo, del tutto impreparato alle ingiustizie del mondo. Santo oppure diabolico. Lenny ha avuto due genitori e un fratello spirituali; è cresciuto in un istituto per orfani negli Stati Uniti, accudito da Suor Mary (Diane Keaton), che non a caso è la sua favorita consigliera anche oggi, durante il suo pontificato. La sua “famiglia” è migrata dagli Stati Uniti allo Stato Vaticano per supportarlo nella sua vita istituzionale e nei suoi conflitti di uomo. Non senza invidia, non senza l’enorme difficoltà di sintonizzarsi con una personalità contrastata come quella di Lenny. Una faccenda intricata, nella quale si stagliano figure epocali, macchiette dallo spessore letterario come il Cardinale Voiello (Silvio Orlando): dapprima impegnatissimo nella caccia agli scandali che possano liberare la Chiesa romana da una figura scomoda come il giovane Pio (“Cerchiamo i suoi peccati, soprattutto i peccati: i peccati del passato si ripeteranno nel futuro, perché l’uomo è come Dio: non cambia mai”): in seguito, però, persuaso e affascinato anche lui dall’anima ferita di Lenny. Lenny che forse, in fondo, non è neppure così convinto della esistenza di Dio; Lenny che porta avanti un’idea della Chiesa reazionaria, per nulla preoccupato di piacere ai fedeli; Lenny che fin da bambino, però, ha manifestato in gran segreto delle abilità quasi mistiche, capacità vicine ai miracoli dei santi.

Occhiali da sole vistosi, canguri che saltano (e muoiono) nei giardini di un Vaticano mai stato così pop, sigarette a gogò, nuotate in piscina e sessioni private di pilates, musica leggera, amplessi che si spiano, al momento della preghiera, da una finestra sul cortile. È questo il  regno di Pio XIII, a tratti così dispersivo, e per altri versi coerente con le venature sottili del protagonista. L’eterno orfano: un uomo che non ha una visione del mondo se non come gigantografia dei suoi dolori e delle sue gioie di bambino abbandonato (“Non posso vedere Dio perché non posso vedere mio padre e mia madre”). La morale della favola, che non trascura elementi reali e forti quali la corruzione e la pedofilia nell’ambito della Chiesa cattolica, che non lascia al caso temi come l’innamoramento e la castità, la capacità di dare ma soprattutto di ricevere l’amore di qualcun altro, è che si possono raggiungere i vertici del potere, si può salire sulle vette del mondo: ma si resta sempre, nella sostanza, quello che si è stati quando si stava sbocciando. Quando si lottava per essere accettati, quando il rifiuto di mamma e papà significava l’esclusione quasi definitiva della speranza, dell’empatia, della capacità di cogliere fino in fondo la bellezza. Eppure, ciò che ammala, alla fine di tutto, è precisamente la stessa cosa che potrebbe guarire: l’abbandono lascia il posto oggi all’illusione di un ritorno, la necessità che tiene in vita oppure uccide, la sola possibilità di provare ancora emozioni che scuotono l’anima.

Un capolavoro nella fotografia, nel ritmo, nella cura di particolari apparentemente inspiegabili e densi, invece, di una venerabile poesia, la serie in dieci episodi di Paolo Sorrentino. Ma soprattutto l’esperimento riuscito di racchiudere gli ingredienti di un grande romanzo in un manufatto televisivo, scritto coi chiaroscuri del lirismo e di una sana, attualissima filosofia. E pervaso dalla sola forza che muove le grandi cose del mondo, la forza che genera e illumina i dialoghi fino all’ultima sequenza: quella, inarrestabile, disarmante, eterna, del dubbio.

 

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