Questa è la recensione che, sul suo blog, sul sito de Il Giornale, Vittorio Macioce ha dedicato al mio “Le ragazze del borgo”. Vittorio Macioce è una firma nota ed eccellente de Il Giornale, capo della redazione romana, e soprattutto, come in questa sede, raffinatissimo letterato. Non so come dire grazie.

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PECCATI, SEGRETI E AMORI DELLE RAGAZZE DEL BORGO

Non è davvero come spiare. E’ immaginare. E’ andare a vedere cosa c’è oltre la porta di certe donne che non stanno in copertina, non sono da gossip e di certo non vanno in tv. Non sono neppure quelle che sognano un posto al sole, magari le vedi camminare piano con l’istinto di non dare nell’occhio, sfiorando le ombre sul muro. Non sono insignificanti, stanno soltanto con i piedi per terra e si sono sudate un lavoro, qualche volta da secchione, altre tentando la sorte o giocando d’azzardo. Anche loro però hanno vite segrete, bocche da sognare, personalità che sono un arabesco da scoprire piano, con la cautela di non farsi male, perché non sempre hanno il libretto d’istruzioni. Sono Le ragazze del borgo (Lettere animate) raccontate con il sapore di certi giorni di pioggia da Simonetta Caminiti. Si chiamano Caterina, Elisa, Ily e le loro storie si muovono sul filo dell’erotismo e le pagine mostrano i nudi di una giovane donna, Marta Renoir, sfiorata dall’obiettivo di Manuel Colombo, fotografo raffinato, che accarezza in bianco e nero le linee del corpo e del viso. E’ un libro elegante, d’altri tempi, come quelle cose che non passano mai, perché sopravvivono alle stagioni.

Sono amori di paese, amori scabrosi, che non si possono raccontare, amori disfatti, amori che è meglio lasciar andare o da una volta ogni tanto, clandestini, con sempre un’ombra di vergogna, amori che se li sveli perdono tutto. E’ tutto quello che c’è di nascosto nella vita quotidiana di persone qualunque che fanno i conti con il proprio lato oscuro, impenetrabile agli altri. Questo sono davvero storie che sono riuscite a sopravvivere in un mondo dove custodire un segreto è quasi impossibile. Sono storie che si sono salvate dall’occhio assoluto del grande fratello. Non sono neppure diventate pettegolezzo. Non lasciano scia, orma, profumo, perché appartengono all’individuo e fuggono con ogni mezzo dalla massa. Sono storie finalmente intime, le uniche veraci e sincere, perché sono state più forti del virus della narrazione come obbligo del mettere il corpo in piazza. Ed è per questo che sono storie immaginate e non sapremo mai se e dove si sono avverate, se sono vere o false. Non importa. Sono verosimili e quindi reali. Ne assapori solo il peccato, se esiste, e la cognizione del sesso. Come quelle foto dove il profilo vince sull’immagine. Sono ombre, sono pensieri, sono sfumature, ma senza dolore o giochi di potere. E’ quella che curiosità che ti scatta quando incontri per strada una ragazza di cui non sai nulla, né il nome, né la storia, né le paure, né le preoccupazioni. Sono come le passanti della canzone di Fabrizio De André. “A quella quasi da immaginare tanto di fretta l’hai vista passare/dal balcone a un segreto più in là/e ti piace ricordarne il sorriso /che non ti ha fatto e che tu le hai deciso/in un vuoto di felicità”. Sono lo sguardo di un flaneur. Sono le donne intraviste da Yukio Mishima nelle Confessioni di una maschera. Sono tutto ciò che seduce senza posarsi sulla mappa del tempo.
Sono incantesimi, come dice Caterina, una delle ragazze del borgo. Quello che ti resta è una magia, la parte più vera di te. “Solo quella ho deciso di portare via con me. Ce l’ho cucita sulla pelle, è parte di ciò che sarò sempre”.

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