Cime tempestose” e il cinema: così gli amanti della brughiera ci sono più vicini, e mutano dal classico vittoriano allo stadio pre-letterario.     

(Dal sito “La Frusta.net”. Il  presente saggio è basato anche sulla tesi di laurea magistrale ‘Wuthering Heights 1992 – ipotesi di una edizione italiana’ di Simonetta Caminiti – Relatrice Prof.ssa Marinella Rocca Longo). 

scodelario
Catherine Earnshaw Linton  nacque nell’estate del 1865 e morì di parto in casa del marito, il ricco Edgar Linton, all’età di diciannove anni, in un villaggio dello Yorkshire.
Così la si racconterebbe, in un pugno di righe, se ci toccasse identificarla con un personaggio reale, che ha davvero occupato la brughiera, le “rocce rosse” la campagna selvaggia e pietrosa che si ergeva (simile a un oceano imprevedibile, come gli umori del cielo) tra la dimora di nascita e quella della morte. Così si farebbe il “punto” dell’eroina di Emily Brontë.
È il romanzo di Emily, infatti (Cime Tempestose, 1847), ad assegnare una lunga storia ai diciannove anni di Cathy. Protagonista indimenticata da generazioni di lettori, registi teatrali, televisivi, cinematografici.
Dimenticare il romanzo. Cercare Cathy nelle immagini, nelle interpretazioni, fuori dalla gabbia d’oro di prosa in cui Brontë seppe letteralmente ghiacciare questo personaggio, e perfino il suo fantasma, errante e supplichevole nelle bufere di neve. È ciò che potremmo tentare – liberarci del grembo letterario in cui vivrà sempre Cathy Earnshaw – con gli esperimenti compiuti al cinema, tra il 1939 e il recente 2011. E lo stesso potrebbe accadere per il cinquanta percento di lei: l’altra parte di Catherine, quella (ancora) più complessa. Quell’Heathcliff che, con un nome che significa “cima della brughiera”, nessun cognome e nessun battesimo, ha una delle identità più significative della letteratura inglese.
Nei film di William Wyler (1939), Peter Kominsky (1992), e Andrea Arnold (2011), il titolo e la trama sono proprio quelli di WutheringHeights (il romanzo del 1847). Solo nell’edizione del 1992, però, la storia svolge tutte e due le parti del libro, occupandosi sia delle vicende di Cathy e Heathcliff sia di quelle dei loro figli. Teniamo presente, quindi, il denominatore comune al cinema, tra il 1939 e il 2011: Cathy e Heathcliff, il loro amore così illogico e inevitabile, che sembra procedere da un ordine trascendente, da un patto di sangue, e allo stesso tempo risponde a una violenza irriflessiva simile a quella di due orgogliosi animali.
In una campagna dello Yorkshire, sorge a metà del Settecento la proprietà del Signor Earnshaw, vedovo con due figli (Hindley, quattordici anni, e Catherine, sei anni): un luogo che noi chiamiamo “Cime Tempestose” (Wuthering Heights, naturalmente). Con questa famiglia vivono la giovane governante Nelly e l’anziano inserviente Joseph. Di ritorno da Liverpool, un giorno Earnshaw porta con sé un ragazzino appena più grande di Cathy. È “scuro”, di un’etnia che intuiamo essere meticcia, ma misteriosa come le sue origini e il suo destino. Finché il padrone Earnshaw sarà in vita, Heathcliff sarà trattato come uno dei suoi figli, forse il favorito; ma appena dopo la sua morte (che lascia Catherine orfana a dodici anni), la gelosia di Hindley Earnshaw, che assume il comando della casa, riduce Heathcliff al più mortificato, reietto e vessato dei servi. Non muta però il rapporto tra il trovatello e l’adolescente Cathy: una tenera simbiosi, una conoscenza reciproca che abbatte gli argini del linguaggio verbale, che si consuma, fusionale, con gli spazi, i segreti e le promesse dell’aperta brughiera. Un legame che somiglia più a quello tra due piccoli amanti selvatici che a un rapporto tra fratello e sorella. Un giorno non lontano, però, l’animo di Cathy si scopre diviso in due: da un lato sedotto dal castello dorato di Thrushcross Grange (abitato dal ricco Edgar Linton e sua sorella Isabella), e dall’altro ancora legato indissolubilmente al “fratellastro” Heathcliff. Cathy è turbata e resa aggressiva verso gli altri, dal dubbio sulla sua stessa identità e su quale uomo (Edgar, che la corteggia e le promette la vita di una principessa o Heathcliff, in qualche modo, l’altra parte di se stessa) sia ciò che più incarna i suoi desideri e la sua autodeterminazione verso il futuro. Durante una confidenza alla governante Nelly, Cathy afferma di aver accettato la proposta di matrimonio di Edgar Linton: ma di averlo fatto solo perché, nonostante il suo amore per Haethcliff e la sua intima appartenenza a lui siano imperturbati, sposare Heathcliff, ridotto “così in basso” dal fratello Hindley, l’avrebbe “degradata”. Heathcliff, che ascolta solo una parte di questa conversazione (trascurando quale sofferenza e quale tradimento di se stessa significhino per lei rinunciare a lui per sempre) fugge ferito nella pioggia torrenziale, sparendo nel nulla. Come in una fiaba, tornerà ricco e bellissimo, rileverà Wuthering Heights, dai debiti del vecchio nemico Hindley, sposerà Isabella Linton per vendicarsi dell’abbandono di Cathy, e susciterà in Cathy tali dolori da farla ammalare e favorire – involontariamente – la sua morte. Wuthering Heights sarà dunque sotto l’incantesimo nero di un Heathcliff crudele, satanico, capace un tempo dell’amore e della dolcezza per la “sorellastra”, ma foriero oggi solo di distruzione, infelicità e malessere per tutti. Tanto per cominciare, per suo figlio, per il figlio di Hindley, e per la figlia dell’amata Cathy.
Ma è col decesso di Cathy, in un letto di morte disperato, che si chiudono le sceneggiature di due dei  film su tre, sui quali stiamo riflettendo: Wuthering Heights 1939 e Wuthering Heights 2011. In quello del ’39 e quello del ’92  viene conservato l’elemento letterario  (molto caratterizzante) di una presenza post-mortem di Cathy a Cime Tempestose: il vagare nelle notti gelide del suo fantasma, implorante di essere riammesso in casa, che risponde alla “preghiera maledetta” dell’amante Heathcliff, il quale aveva chiesto al corpo senza vita della donna di mutarsi in uno spirito errabondo e perseguitarlo per sempre. Assumendo qualunque forma, comunicando in qualunque modo: tutto, pur di non abbandonarlo definitivamente, nonostante un’esistenza di reciproche ferite e devastanti rappresaglie.
 
1.1.– “Cime Tempestose” secondo Andrea Arnold: qualcosa “prima” del libro e oltre il libro.
 
Scrisse di Heathcliff Charlotte Brontë (con lo pseudonimo di Currer Bell):
Heathcliff rivela un unico sentimento umano, e questo non è l’amore per Catherine, che è un sentimento feroce e inumano, una passione quale potrebbe ardere e ribollire nella cattiva natura di qualche genio maligno; un fuoco che potrebbe costruire il centro tormentato, l’anima eternamente sofferente di qualche principe dell’Inferno, che con la rovina ch’esso apporta, inarrestabile e incessante, dà esecuzione alla sentenza che lo condanna a portare l’inferno con sé ovunque vada errabondo. No; l’unico vincolo che lega Heathcliff all’umanità è il suo riguardo, confessato con rudezza, per Hareton Earnshaw, il giovane ch’egli ha rovinato; e poi la sua, non del tutto tacita, considerazione per Nelly Dean. Tolti questi singoli tratti, dovremmo dire ch’egli non era figlio d’un lascaro o d’uno zingaro, ma una forma d’uomo animata da energia demoniaca, una Ghoul o un Ifrit. 
Ebbene, nella versione dei fatti di Andrea Arnorld (Wuthering Heights 2011) – perché come un dogma, come un fatto atavico, viene assunto in questo film lo scheletro del romanzo, ma niente di tutto il resto –, le cose non potrebbero essere più diverse. Lo sforzo di Arnold parte anzitutto dalla trasformazione – per la prima volta nella storia di Cime Tempestose – dalla favola gotico-romantica (la favola nera) al documentario: un documentario psicologico, nutrito da immagini-verità, dalla ricostruzione maniacale di un’adolescenza nel cuore del Settecento, in una campagna fangosa che si allarga sotto il cielo di piombo dello Yorkshire; un posto dove si odia e si ama con la forza delle belve e dei bambini, e con lo stesso genere d’istinto si assumono decisioni epocali. Niente fantasmi, niente vite oltre la vita, niente scrittura della storia nelle stelle, quanto, piuttosto, nel DNA dei personaggi. Perché l’amore e la follia di Heathcliff e Cathy avessero una nuova vita più simile che mai al “dogma” di Emily Brontë, il film è stato addirittura girato in una fetta di campagna dove il Settecento non è mai finito: Moor Close, né acqua corrente né elettricità.
Ma il racconto di Arnold interrompe la storia al primo volume del libro. Quel quindicesimo capitolo in cui Catherine muore e Heathcliff sfoga più assurdamente che mai il suo dolore (ciò che negli altri film e sceneggiati, ne facevano un’autentica macchietta); dunque, del suo rapporto col piccolo Hareton, non vedremo nulla.  Ma soprattutto, Arnold fa di Heathcliff un uomo, e un uomo fragile: tutt’altra creatura rispetto a quella pervasa da forze maligne, sovrannaturali, recensita da Charlotte Brontë.
La campagna di Andrea Arnold tace, dunque, segreti che non sono quelli dell’aldilà (come accade nelle altre due pellicole e certamente nel romanzo), bensì quelli di una vita terrena e scabrosa, di psicologie universali e di rapporti carnali iniziati precocemente. Segreti che, forse, solo nel 2011 ci si poteva permettere il lusso di raccontare. I personaggi, adolescenti fino a buona parte del film, parlano pochissimo; e quel poco che dicono, lo dicono con un forte accento dello Yorkshire. Heathcliff adulto (interpretato da James Howson) è un giovane affascinante ma scandalosamente mulatto. La sua follia esplode, sì, in manifestazioni “demoniache”, ma è il demonio della mente, la ferocia del tradimento e dell’abbandono quando già troppi traumi sono stati sopportati. E la scelta di Catherine (Kaya Scodelario, nella versione adulta) di sposare Edgar è, in questo film, l’ingenuità di una bambina, confessata a un’altra bambina: Nelly, che ha pressappoco la sua età e non molti più strumenti di lei. È la tragedia, insomma, dell’inesperienza e dell’incapacità di vivere l’amore da adulti. Il tessuto fitto e fatale di sogni, sconsideratezze, passi avventati legati forse a un unico umanissimo limite: essere costretti a crescere, e il prezzo che si paga quando si cresce davvero. Per cui, un’infermità mentale nella quale il mondo intero potrebbe scivolare. Vivere male e morire di gioventù, del gravame mal gestito di un amore troppo grande.
Dopo la morte di Cathy, la disperazione di Heathcliff sfiora la necrofilia, e l’elemento sovrannaturale del romanzo si riduce a un dubbio e minuscolo dettaglio nell’ultima scena del film.
Nel più straordinario dei modi, Arnorld ottiene una sorta di effetto pre-letterario. Il suo film non è una ulteriore versione piena di fronzoli che spesso si è vista su questo grande classico,  ma l’intento di ricreare qualcosa che potrebbe essere esistito prima ancora del libro, una rude, semi-articolata successione di eventi,  messa poi a lucido e affinata come una gemma preziosa. Il che forse è solo una mia illusione, naturalmente, ma senz’altro convincente ed eccitante. (The Guardian)
 
1.2 – “Cime Tempestose” nel capolavoro di William Wyler. “La voce nella tempesta”, reperto nel reperto. 
 
Cosa succedeva, invece, nelle “Heights” di William Wyler, quando Cathy e Heathcliff erano interpretati da una spumeggiante Merle Oberon (occhi a mandorla e capelli corvini) e un irresistibile Lawrence Olivier? Il suggerimento più opportuno per comprendere quell’adattamento è bissare l’effetto del “reperto storico” di questo film, facendo molto caso a come la sua distribuzione fu trattata in Italia. Wuthering Heights 1939, titolato in Italia “La voce nella tempesta” è, col suo primo doppiaggio, un reperto nel reperto. Un’enfasi della favola nera che, evidentemente, parve al regista ma soprattutto a chi, nel nostro Paese, decise di proporla al pubblico.
La sceneggiatura di Charles MacArthur e Ben Hecht e la regia di William Wyler trovarono in Italia due edizioni diverse: la prima (non si conosce precisamente l’anno dell’uscita del film) negli anni Quaranta, e la seconda nel 1970.
Non è noto chi diresse il doppiaggio del film della prima edizione, ma il cast di doppiatori vantava le voci dei maggiori professionisti dell’epoca: Lia Orlandini doppiava l’attrice Merle Oberon (nei panni di Cathy), Gualtiero De Angelis dava la voce italiana a Laurence Olivier (Heathcliff), Rosetta Calavetta (la prima attrice e caratterista più popolare degli anni Quaranta e Cinquanta) doppiava Geraldine Fitzgerald nei panni di Isabella. Gli archivi non conservano, purtroppo, il nome della doppiatrice di Nelly Dean, che in questo copione ha ampio e rilevante spazio.
 
Cento anni fa, in una terra del nord, sorgeva una casa triste e desolata come la terra che la circondava. Soltanto uno straniero sperduto nella bufera poteva osare bussare alla porta di CASABRUNA…
 
Così è tradotto, come il principio di una fiaba, l’originale:
 
On the barren Yorkshire moors in England, a hundred years ago, stood a house, as bleak and desolate as the wastes around it. Only a stranger lost in a storm would have dare to knock at the door of  WUTHERING HEIGHTS”.
 
Annullato, dunque, il riferimento molto preciso che la sceneggiatura originale faceva del contesto: “le brughiere dello Yorkshire, in Inghilterra”. La storia in italiano vuole svolgersi in un microcosmo indeterminato, “cento anni fa”, da copione; senza riferimenti geografici che possano caratterizzare i personaggi, suggerire niente della loro cultura, della loro personalità e delle loro tradizioni. Il perché di questo aspetto macabro e soggiogante (quasi da castello fiabesco, appunto), non ha radicamento nella “realtà” e tantomeno nella Storia.
Ma soprattutto, è ribattezzato in italiano ciò che sarebbe stato, per quasi un secolo, il titolo del romanzo e del film nella nostra lingua (cioè “Cime Tempestose”), perché la proprietà degli Earnshaw, Wuthering Heights, si chiama qui “Casabruna”. “Penistone Crags” – uno dei tre luoghi dotati di nome proprio in Cime Tempestose (assieme a “Wuthering Heights”, degli Earnshaw, e il “Grange”, dei Linton) è qui un ambiente all’aria aperta chiamato “Le rocce rosse”.
La vezzosa Cathy e l’innamorato (ma feroce e mutevole) Heathcliff sono personaggi caldi, teneri anche quando esprimono il peggio di se stessi: ai limiti della caricatura e perciò figli del loro contesto cinematografico, fedeli al testo di Brontë e che al testo si ribellano con licenze lievi, ma sempre funzionali. Nel loro bianco e nero sfumato, scintillano tutte le loro sfumature, come in nessun’altra interpretazione del libro: l’atmosfera è quella di un classico che vive di vita propria, le battute hanno la profondità e l’eleganza di un testo letterario anche quando non muovono dal romanzo. È l’unica, di queste tre sceneggiature, a far venir voglia di prendere appunti e far propri i dialoghi, come accade nel miglior teatro e (ovviamente) nella narrativa più riuscita, che a questo film ha dato i natali. La ridondanza della traduzione italiana è un alone d’antichità magnifico, struggente, che aggiunge carattere al carattere del film: forzandolo e tradendolo, ce lo rende più vicino come solo settant’anni fa poteva accadere.
 
1.3 – “Cime Tempestose” secondo Kominsky: i luoghi dell’amore, della vita e della “miseria”.
 
Quanta importanza hanno invece i luoghi, in Cime Tempestose? Quanta importanza ha la specificità del luogo, del posto, con la sua precisa nomenclatura? È questo aspetto uno dei pochi pregi di Wuthering Heights 1992, di Peter Kominsky: una produzione inglese, diretta dal regista che sarà quello di White Oleander (2002) e musicata dal popolare compositore giapponese Ryuichi Sakamoto.
Gli interpreti sono oggi considerati in tutto il mondo due fuoriclasse europei: Juliette Binoche, nei panni di Cathy, e Ralph Fiennes, in quelli di Heathcliff. Nondimeno, il lungometraggio non è mai stato editato per le sale italiane.
Le linee programmatiche saltano subito all’occhio: con lo spettro di Catherine, che parla poco e spaventa molto, prendendo vita dai rami di un albero e irrompendo, glaciale, nella stanza dell’affittuario Lockwood. Una traccia intermedia tra l’horror e la comicità è il risultato di questo inizio-pellicola che molto vuole ricalcare il romanzo. Come del resto, tutta la sua sceneggiatura. Un’edizione – quella del 1992 – che fa dimenticare però il punto di forza di Andrea Arnold, la cronologia del libro stesso, e la credibilità de “La voce nella tempesta”: la fanciullezza dei protagonisti. Perché Binoche e Fiennes che corrono a galoppo nella brughiera, si amano e si odiano (com’è ovvio) sono due adulti, due giganti. Sono un uomo e una donna finiti, attraenti, in funzione della storia, in nulla che non sia la bellezza oggettiva dei loro baci, dei loro sguardi, delle loro lacrime. Poveri, nei panni di Heathcliff e Cathy, in tutto ciò che non sia appunto “bellezza fotografica”. Poveri nella ragion d’essere di tanto conflitto e tanta follia, se non nell’intento di renderla “antipatica”: incomprensibile. Ma chissà, la stessa Brontë aveva pensato al suo testo come a una reliquia tutta personale, la cui inaccessibilità alla ragione fosse un probabile fiore all’occhiello. Peccato, però, che il suo libro susciti una naturale empatia che il film di Kominsky non raggiunge se non in pochissimi frammenti.
Il luoghi del film, dicevamo. Wuthering Heights (dove Cathy è nata e cresciuta), Thrushcross Grange (dove ha incontrato Edgar e ha vissuto da sposata), Penistone Crags (dove ha amato Heathcliff). E infine, nei ricordi di moribonda, perfino un certo cimitero. Cathy aveva parlato proprio della Chiesa di Gimmerston, tra i cui sepolcri, molte volte con Heathcliff si era divertita  a invocare fantasmi; si trattava di un luogo interposto tra la tenuta dei Linton (il Grange) e Wuthering Heights. La morte, o meglio “la morte in vita”, è in qualche modo sempre stata la dimensione nella quale Heathcliff e Cathy si sono intesi, hanno giocato senza paura: il luogo tra il “prima” e il “dopo” la loro separazione (un cimitero interposto tra le case in cui Cathy ha vissuto). Dice Cathy, delirante alla finestra tra le braccia di Nelly:
È un viaggio durissimo, e a farlo sarà un cuore troppo triste. E dobbiamo attraversare la Chiesa di Gimmerton, per arrivare. Insieme, abbiamo affrontato i suoi fantasmi così spesso… Ci siamo sfidati, davanti alle tombe: a chi avesse più coraggio coi morti. Heathcliff, se ti sfido adesso, ce la farai?
 
In questo film, grazie alla costruzione dei dialoghi oltre che alla potenza della fotografia, la terra di Cathy e Heathcliff non appartiene che a loro. E in qualche modo, allo stesso modo, la Terra intera. La sintesi di questa concezione è proprio nelle parole – qui meglio trasposte che negli altri due film – che Cathy aveva confessato a Nelly, nella notte in cui, accanto al focolare, piangendo, le aveva raccontato il suo amore frustrante per Heathcliff e la decisione di sposare Edgar. Parole che così, dalla sceneggiatura inglese di Anne Devlin, potremmo tradurre in italiano:
 
Nella mia anima e nel mio cuore, sono convinta di sbagliare. E se mio fratello non avesse spinto Heathcliff così in basso, non ci avrei pensato. Mi declasserebbe sposare Heathcliff oggi. Perciò lui… Lui non saprà mai quanto lo amo. – – Le mie grandi miserie a questo mondo sono state le miserie di Heathcliff. E le ho osservate… e sentite una ad una, dal principio. Il mio amore per Linton è… fogliame tra i rami. Il tempo lo muterà. Come l’inverno muta gli alberi. Io amo Heathcliff. Lui è… Lui è come… le rocce eterne sotto i miei piedi. Una fonte di piacere semplice e visibile, ma necessario. Nelly… Io sono Heathcliff.
 
Il termine inglese “miseries” (riferito a Heathcliff) è identico anche nell’originale di Brontë. Ma, laddove varie traduzioni italiane del libro scelgono la parola “dolori”, niente sarebbe più adatto, in italiano, di un semplice  “miserie”. Perché niente somiglia più al personaggio di Heathcliff, in inglese e in italiano, che il concetto di “misery”/ “miseria”, polivalente in entrambe le lingue quanto lo è “sciagura”. Lo “sciagurato” è  un “colpevole”, o al contrario, semplicemente, una persona colpita da sciagure suo malgrado, “sventure”: “miserie”, appunto. E Cathy  ama  il suo “gitano” di un amore miseri-cordioso perché, come lui, si sente allo stesso tempo una persona che commette imperdonabili errori; ma anche la vittima di sofferenze che il destino e la famiglia le hanno inflitto. Sono “miserie”, i suoi “dolori”, come quelli del suo Heathcliff. Il testo inglese presenta un altro punto-chiave. La parola “beneath”, che vale “sotto, al di sotto”, tradotto qui liberamente “[le rocce eterne] sotto i miei piedi”. Sono le “rocce senza tempo” che Heathcliff rappresenta, e, allo stesso modo, colei che è abituata a camminarvi sopra, che su quelle rocce è cresciuta, è diventata una donna, col sostegno del terreno più selvaggio e più amato di sempre: Heatcliff, le rocce di Wuthering Heights fatte materia vivente. “Beneath”: cioè “sotto i passi di Catherine”, che sappiamo non cesseranno, nella brughiera, neppure dopo la sua morte. Il solo luogo al mondo, a  rappresentare tutti i luoghi del mondo, dove si muore d’amore e grazie all’amore non si morirà mai.
Simonetta Caminiti

 

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