Il Blog di Simonetta Caminiti. Quello nuovo!

DALLA PRIMA PAGINA, la mia pagina su Il Giornale di oggi.

Pubblicato il aprile 24, 2019

«Thank you for not smoking» recita ancora, in quell’inglese accessibile a tutto il globo, se si tratta di queste cinque parole, l’invito molto cortese a non accendere sigarette. Dal 2005, in Italia, il divieto (più o meno cortese) non è necessario: la legge Sirchia ha mutato in una norma (passibile di sanzione, dunque, per il fumatore incallito o distratto che inforchi sigarette e accendino) l’esortazione a non fumare nei luoghi pubblici. Nel nostro Paese, ci siamo abituati da quattordici anni. Ma fin dove si sia spinto il divieto d’accesso ai fumatori, in Giappone, non era immaginabile.
È l’università di Nagasaki a spiazzare con un provvedimento unico al mondo: non assumerà docenti e insegnanti che fumano. 👇👇✍️

fumatori giappone1 fumatori giappone 2

… E una costellazione di lentiggini. Buona Pasqua.

Pubblicato il aprile 21, 2019

Occhi caldi, cuore freddo, e una tenue costellazione di lentiggini. Inchiostrata e fresca di colore e voce. Questa è Margherita, nel mio amatissimo graphic novel.
Attraverso i suoi occhi da cerbiatta (e davvero solo quelli), desidero condividere un messaggio, oggi:
Comunque la si pensi, comunque si consideri e si senta questa vita, qualunque credo o non-credo si cerchi di coltivare, amare, difendere… la Pasqua è una occasione meravigliosa per pensare alla sconfitta dei nostri incubi (finanche i peggiori): alla vita che torna e che resta, in un modo o nell’altro. All’amore: l’unico Senso del nostro esserci. Buona Pasqua a tutti voi. 

 

margherita

Gemella diversa nell’azzurro di sei anni fa.

Pubblicato il aprile 16, 2019

La stagione delle vacanze si avvicina e ci sono luoghi… certo, non comodissimi da visitare, ma che è tanto bello conoscere. Il prossimo 20 aprile ricorrerà il 6° anniversario di questo mio reportage pubblicato da Il Giornale, grazie al quale (con riscontro felice) partecipai a un concorso giornalistico basato sugli scambi, i confronti e le relazioni internazionali…

Mantua6

DA MANTOVA A MANTUA… GEMELLA DIVERSA NELL’AZZURRO DI CUBA.

La strada è battuta dal sole, scura, asciutta. Un fiume immobile anche nel tempo, che non è riuscito a cambiarla. S’infila tra palazzi di un bianco abbagliante e palme anonime, ossute, ma che puntano al cielo. Qui il mese di aprile sembra già Ferragosto. In effetti c’è una chiesa – blindata, in questo mattino feriale, se non fosse che ai giornalisti curiosi, se chiedono con cortesia, un’occhiata è concessa – e dietro quella porta, il parroco è italiano. Si chiama Franco Falconi, ha sessantasei anni. Intorno a lui, Mantova. O meglio, “Mantua”. La Mantua di Cuba. Sul lato settentrionale di un fiume che porta il suo nome, tra i quattordici comuni di Pinar del Río, questo posto ha quattrocento anni: oggi si stende su 914 chilometri quadri, dei quali 15 sono isolette separate dal centro da poco oceano. Gli abitanti sono 27mila. Qualcuno ha ancora il cognome, deformato dallo spagnolo d’America, di quei marinai veneti e liguri che per primi misero piede qui. O di qualche emigrante meridionale, se si considera che i signori Pitaluga (quelli che abitano tra gli «Arroyos de Mantua») una volta magari si chiamavano «Pittalunga», come le focacce del Sud d’Italia.
Furono i reduci del brigantino Mantova (intorno al 1610), naufragato vicino a Cuba, a fondare la colonia. Resistente, sia pure piccola, alle asperità di un’isola disorganizzata e inondata da malattie. Storia più recente (cioè la fine dell’Ottocento) vuole la comunità italiana sballottata tra consolati di nazioni diverse, pessime gestioni dei suoi interessi, diritti quasi inesistenti. E il lavoro ridotto a qualche stagione dell’anno. Non era certo il Nord America, L’Avana: tra due guerre d’Indipendenza (a sostegno di Cuba, si arruolarono anche quegli italiani), ma comunque un porto per l’Italia disperata, espatriata e senza meta. L’emigrazione degli italiani, agli inizi del secolo scorso, i cubani la definirono «golondrina», cioè come quella delle rondini: a caccia della stagione giusta per braccianti, operai, commercianti più o meno raffazzonati. E oggi? Come i «super-batteri», mescolati con gli autoctoni ma consci di una identità che ha le radici oltreoceano, ci accolgono, ci guardano, ci rispondono. È una «terra di bravi signori e bellissime donne», suggerisce Cristina, habanera purosangue, interprete che vive lontano da quella comunità, ma che a Mantua ha parenti, persone che non vede dal 2005, perché il viaggio è tortuoso, i mezzi di trasporto scomodi, antiquati, rischiosi. Si domanda se siano vivi. Ha un caro amico, lo scrittore Enrique Pertierra, che sulla lunga storia di Mantua ha scritto un libro: Mantua en Cuba, entre la historia y la leyenda, un tomo dalla copertina usurata (è una copia personale dello scrittore, quella che ci viene mostrata), il disegno di un vascello e il sottotitolo in italiano. Enrique ha cinquantacinque anni, i capelli lunghi fino alle spalle di una spuma bianchissima, gli inseparabili occhiali scuri.
La famiglia Pitaluga, invece, vive e lavora con orgoglio nei suoi campi assolati, fecondissimi; si lascia intervistare con entusiasmo. «Il bello delle donne qui? – osserva la giovane Isenia Idelys – siamo persone semplici, di grande umiltà. Buone di animo». E a giudicare dallo sguardo fermo, da questa bellezza bruna e fustigata, è un’osservazione che ispira fiducia. «Mantua è un luogo stupendo per una donna – continua – però, certo, se si potesse fare qualcosa altrove… ». L’economia qui ruota attorno all’agricoltura: la percentuale urbanizzata del territorio arriva sì e no al 36,9%. Tabacco, legna e derivati (come la resina), prodotti ceduti alla spiaggia dall’oceano. Se si chiede a Isenia, che tanto ama la sua terra, perché in Italia se ne sappia poco e niente, fa spallucce sorridendo: «Beh. Perché è lontana. E la comunicazione è scarsa». Te la immagini Cuba in mano a una donna, Isenia? «Certo. Un giorno. Gli uomini non hanno niente che manchi a noi, e noi… noi siamo forti». «E preparate», aggiunge la signora Gardenia Pitaluga, decisa e fiera.
Noel Pitaluga Escandel è un ragazzo senza un capello sulla testa . «Mio nonno ci ha sempre detto che siamo per metà italiani», dice. Produce tabacco ma si sente un pittore. L’Italia attraverso i suoi occhi? «Un padre e una madre sconosciuti. Che si amano a prescindere». Nulla da aggiungere. La politica? Non sfiora la sua mente, o semplicemente non c’è verso che passi per la sua bocca. E siccome corre voce, a Cuba, che Roberto Benigni voglia istituire a L’Avana un’associazione intitolata a Dante Alighieri (sarà vero?), Noel dice di non avere dubbi: i cubani la ameranno. Ma le signore qui non conoscono Beatrice: adorano Rita Pavone.
Il parroco della chiesa Nuestra Señora de Nieves è di Verona. Sostituì un frate autoctono, infortunato per due mesi. Ci è tornato per altri nove. È nell’archivio della parrocchia – un diario di bordo – che si legge di questo «pueblecito simpático y pintoresco», di lavoratori instancabili, e segrete osservazioni personali sui suoi abitanti. È l’altra Mantova. Un’onda – ancora imperscrutabile agli storici – l’ha lasciata dall’altra del mondo per non restituircela. Gemella diversa nel sole dei Caraibi, col suo sorriso silenzioso e fuori dal tempo. Fortissimo.

“I MAGICI RACCONTI DEI NOSTRI NONNI”
Enrique Pertierra (classe 1958) ci racconta dei suoi studi su Mantua. Di un libro (Mantua, tra storia e leggenda) scritto perché «mio nonno Vincente sconvolgeva i miei sogni di bambino parlandomi di questa nave italiana affondata tra le baie de Los Colorados». Cosa c’era di magico in questi racconti? «L’idea di questo manipolo di italiani che mette in salvo un’immagine della Vergine delle Nevi, attorno alla quale, sulla terraferma, organizza un culto in una specie di capanna creata con rudimenti della terra». Dopodiché, quattrocento anni. Cosa c’è di “magico” oggi, in questa Mantua? «Il fatto che sconvolga i miei sogni tuttora. Coi suoi paesaggi incontaminati, il suo clima, la sua gente! I silenzi profondi delle notti e dei pomeriggi. Su questa terra meravigliosa la documentazione era scarsissima. Ho studiato e scritto il libro perché finalmente si sapesse qualcosa in più». Enrique Pertierra è nato e cresciuto a L’Avana con sua moglie e i suoi figli, nutre una forte fascinazione verso l’Italia, che non ha mai visto.

QUEL NAUFRAGIO ANCORA OSCURO
È ancora al centro di dibattiti tra gli intellettuali di Cuba, l’origine di questa comunità, nata e rimasta poverissima, che versa in condizioni di evidente degrado. Quasi certamente, l’imbarcazione affondata, i cui superstiti italiani fondarono la colonia di Mantua, era illegale. Forse una nave di guerra. I discendenti della colonia (sorta tra il 1605 e il 1610) furono affidati ad amministrazioni precarie, la peggiore delle quali – in mano al console portoghese Rodríguez Baz – spinse gli italiani a Cuba a redigere la prima petizione perché un connazionale assumesse il controllo della loro gente. Era il 1872 e la loro richiesta fu ignorata. Dieci anni dopo ottennero però l’Associazione Generale di Mutuo Soccorso, tuttora esistente. Il loro patrimonio sociale agli inizi del ‘900 era di 1.467 lire e 60 centesimi. Contenziosi diplomatici ed emigrazioni di operai italiani negli Stati Uniti vedono le condizioni di Mantua sempre più precarie. L’appoggio degli italiani alle insurrezioni anti-spagnole, ancora agli inizi del secolo scorso, volle addirittura la loro fucilazione.

Sul fuoco a Notre Dame

Pubblicato il aprile 15, 2019

La più bella fanciulla che abbia mai visto, l’ho vista seduta sul pavimento nel ventre di Notre Dame. Non riuscivo a smettere di guardarla – io che assai più attenta sono agli uomini, certamente – perché essa era la Bellezza; una giovane coi capelli scuri e l’incarnato pallido, le sopracciglia spesse, gli occhi turchini, e splendide labbra serrate nell’espressione assorta di chi, su quel pavimento, sta lavorando. In effetti, era intenta a disegnare. Stava riproducendo su un foglio d’album uno dei rosoni nel cuore della cattedrale; quei rosoni che, agli occhi miei, richiamavano i colori delle passiflore, le luci dolcissime delle ametiste, e quelle icone sacre riposte tra i loro raggi, una dietro l’altra, e una dentro l’altra, come bamboline russe di imperscrutabile (e inconfondibile) Identità. Sul sagrato, un giovane violinista suonava le note di “Bella”, del musical “Notre Dame de Paris”: e in tanto amore struggente riprendevano fiato Quasimodo e Frollo. Specialmente Frollo, spaccato tra legge e giustizia, consumato dalla passione, e arso dalla crudeltà. A Notre Dame ti sfilavano davanti tutti i sentimenti del guazzabuglio che abbiamo nel cuore. La magia della letteratura, di artisti d’ogni tempo e taglia, ciascuno con la propria quota irripetibile di poesia. Notre Dame era un guscio dorato per i devoti; ed emozione sconvolgente per tutti. Era il “diritto d’asilo” illustrato da Victor Hugo: il diritto d’asilo degli assetati di Bellezza. La rivedranno, se siamo fortunati, i figli dei nostri figli (o nipoti). Nel frattempo, che dolore.

esmeralda

Il weekend…

Pubblicato il aprile 14, 2019

Uscirà a brevissimo il mio prossimo servizio di 4 pagine su ‘O Magazine. Ma… ripropongo quello pubblicato (integralmente) nel numero dello scorso novembre. Parlavo di una serie televisiva meravigliosa, dei suoi diffusissimi legami con la grande letteratura, e di un personaggio femminile che ho adorato.
LA GIOSTRA DELLA VITA IN QUATTRO STAGIONI 
the-affair
di Simonetta Caminiti per ‘O Magazine.
Le onde dell’oceano dell’East Coast sanno accarezzare e travolgere, inghiottire il corpo di una donna e fondere pezzi di vita: sensuali, violente, celesti, nere. Ma si accavallano ad altre onde, quelle della sigla di The Affair (la serie di Showtime giunta quest’autunno alla conclusione delle prime quattro stagioni su Sky Atlantic): sono le onde di carta di un libro, montate in un vortice di morte e passione. Tutt’altro che un caso, naturalmente. Perché quel libro non è solo nella rosa dei protagonisti in carne ed ossa, in questa storia (a cavallo tra passato remoto e futuro come poche altre cose mai apparse sul piccolo schermo). Il libro è anche simbolo dei volti e luoghi della grande letteratura disseminati nel serial.
Alison Bailey Lockhart è il primo (e più forte) tra tutti. Nel recinto stretto della sua Montauk (Stato di New York), dov’è moglie del proprietario di un ranch, a 32 anni, bellissima, che trabocca di intelligenza inquieta nel suo abitino attillato da cameriera, il tedio e il provincialismo in cui vive avrebbero fatto di lei una Emma Bovary in ogni caso. Anche se il cuore non nascondesse il lutto straziante che invece l’ha colpita due anni fa. C’è una lapide, al cimitero di Montauk, sulla quale campeggia il nome di un bambino di quattro anni, Gabriel Lockhart: era suo figlio. “Annegamento secondario”: così si chiama, tecnicamente, la ragione di una tragedia che Alison, all’epoca infermiera, non era stata capace di diagnosticare in tempo. Una morte che quindi ha a che vedere con la sua coscienza (devastata per sempre), e con quell’oceano lunatico, suadente, traditore e striato dello stesso verde dei suoi occhi.
Ma cosa può succedere se, a due anni da quel lutto, una Emma Bovary americana, col corpo di un’adolescente e tutte le paure del mondo, incontra uno scrittore di quarantacinque anni? Noah Solloway, questo il suo nome, un romanzo lo ha già scritto (e non ha avuto un gran successo): è sposato, ha quattro figli, e sembra davvero un Henry Miller tenuto al guinzaglio dalla morale e dal debito di gratitudine verso la moglie Helen. (Una Magna Mater solida, intraprendente, figlia, non a caso, di uno scrittore di successo). La passione nasce d’estate, in un giorno qualunque, in quel dinerdove Alison serve il caffè, e dove gli stereotipi sembrano il companatico più scontato: il transfert erotico tra la cameriera, che spera in lui carezze più in profondità di quelle del marito, ormai così tristi, così disperate, anche se piene d’amore; e, viceversa, un uomo piacente e pieno di così di letteratura (e pulsioni sessuali) che nella vita è stato a letto solo con tre donne, e che in Alison trova una fragilità da contenere, mettere in salvo dalla banalità e riempire di poesia. Morale della favola: i due, riuscendo a mantenere clandestina la loro liaison solo per pochi mesi, lasceranno i rispettivi tetti coniugali, e andranno insieme a vivere in città. Sulla strada – un tratto breve – per questa esperienza, morti, feriti, vicende intricate che disegnano il noir apparentemente alla base di questo serial. E i “punti di vista” in base ai quali ogni piccola cosa sembra mutare radicalmente.
Sì, perché (“Punti di vista” è anche, giustamente, il titolo dell’episodio pilota) caratteristica narratologica di questa bella sceneggiatura è che ogni episodio è diviso in due parti. La prima mezzora racconta le cose per come le ha viste uno dei personaggi (uomo o donna): la seconda, riavvolge il nastro narrando le stesse sequenze, ma montate, inquadrate, illuminate o censurate, dalla memoria di un altro personaggio (di sesso opposto). E non sapremo mai com’era vestita veramente Alison quel giorno. Se a letto, Noah le ha detto “Ti amo” sul serio (lui rammenta e racconta soltanto che lei lo eccitava dicendogli “Sono tua”); non sapremo se Cole (il primo marito di Alison) quel giorno, nel consegnarle la scatola dei ricordi del loro bambino, sia stato scorbutico e rude, o disperatamente supplichevole. Conosciamo tutti e nessuno, qui dentro. Mentre Noah diventa uno scrittore di fama mondiale perché, con la sua personale visione delle cose, da bravo Henry Miller, iniziato alle gioie dell’eros da Alison, ha finalmente scritto un best-seller autobiografico. Alison incarna in tutto e per tutto il sesso, in quel libro, e, almeno sulla carta e in libreria, il suo personaggio sembra funzionare così. “La vita non è quella che si è vissuta, ma come la ricordiamo per raccontarla”, scriveva Gabriel García Márquez. Il premio Nobel padre di Rodrigo García, che firma la regia di alcuni episodi di The Affair, ed era già creatore di In Treatment, il cui staff di sceneggiatori ha “tramato”, pezzo per pezzo, anche tutto questo serial.
Il bovarismo tragico di Alison, dicevamo. In effetti, accovacciata sul pavimento del corridoio, a leggere romanzi quasi di nascosto, a sognare (senza saperlo nemmeno) un uomo che la trascini via dalla morte, la grande protagonista di Gustave Flaubert sembra reincarnata in questa piccola comunità nei paraggi di New York, in un Terzo Millennio nel quale si parla di sovraesposizione sui social, di auto-pubblicazione e Google Maps, ma il provincialismo pettegolo e invidioso non è dissimile da quello del romanzo francese di metà Ottocento. Ruth Wilson (l’attrice inglese che interpreta “Alison”) regala al suo personaggio quella smania selvatica di scottarsi al fuoco come una falena, e nel fuoco cercare sempre la catarsi che non ci sarà. Nel corso di quattro stagioni, in fuga dalla morte che ha dentro, anche Alison si tufferà in relazioni sessuali più o meno travolgenti: e avrà una bambina (Joanie): ma chissà se l’ha concepita col suo secondo marito (Noah) o col primo (Cole) in uno dei loro struggenti ritorni di fiamma che sempre sembrano aleggiare, definire il solo sentimento di appartenenza che questa donna, suo malgrado, riesce a provare. La sensualità è la sua potenza, e ne è consapevole: è evasione dalla morte e nuova morte ogni volta. Ma Alison detesta essere rappresentata come il simbolo sinuoso dell’eros nel romanzo di Noah: detesta essere la June Mansfield (moglie di Henry Miller di misteriose origini gitane e dissoluta sessualità) del suo scrittore, prima amante e poi consorte. La sua vita è espiazione, in tutte le forme possibili, con un gusto laborioso e sfrenato per quelle violente, autolesioniste. Per le sparizioni tra capo e collo (come Madame Bovary, a un certo punto Alison abbandona la sua bambina e, come Madame Bovary, cerca nella sperimentazione mistica una chiave di lettura della sua vita che le restituisca senso e sentimento). Opposto però è quello che realizza, con disarmante sincerità, rispetto alla eroina di Flaubert. A un certo punto, difatti, satura della vita mondana a New York, confessa a Noah: “Le feste eleganti non sono il mio posto. Questa è casa mia: io sono una ragazza di Montauk”.
Nel frattempo, Noah sta rappresentando (con consapevolezza solo parziale) tutta l’Inettitudine che la letteratura mondiale ha cercato di imprimere sui suoi grandi protagonisti. Specialmente quelli tragici. Quelli paradossali. Come marito di Helen, ha fallito quasi tutto. Da lei è stato protetto e sottostimato al tempo stesso: un tempo, in cui l’ala materna di questa saggia, pragmatica moglie, valeva di più delle sue aspirazioni. I suoi quattro figli lo conoscono a malapena; quando prende a due mani il coraggio di diventare chi è veramente (un ricco, lussurioso artista) semina sulla sua strada dolore e tradimenti. Anche con Alison, con la quale si sforza di essere monogamo, ma che pesa come una zavorra quando, da sirena fragile e ammaliante, diventa una moglie col pancione e i trascorsi di una donna instabile. Eppure le salva dalla galera, quelle due mogli, il povero Noah: si accolla le responsabilità di un omicidio stradale per il quale potrebbero dover pagare l’una o l’altra (complicata e insidiosa, la vicenda, come in un vero romanzo noir; quanto mai simbolico il ruolo della vittima, Scottie Lockhart, fratello di Cole, quello che tutti hanno desiderato uccidere almeno una volta in questa storia). Delitto (non commesso) e castigo. Anche Noah espia, coi suoi anni di galera, i danni irreparabili inferti alle vite di lo ha amato.
C’è una colpa da scontare per chiunque, qui. Anche per Cole. Il primo marito di Alison, il padre del loro bambino che non c’è più, e il padre della piccola Joanie che arriva più tardi: il solo uomo che abbia amato veramente Alison, e quello il cui amore l’ha messa in fuga. Una colpa da scontare per tutti, ripetiamo: ma è straordinario come ciascun personaggio, nella propria versione dei ricordi, porti invece ad assolversi e limitare il proprio dolo, espandendo e riempiendo di dettagli quello degli altri.
Il realismo magico di Márquez (ma anche di Allende, con le sue saghe piene di passioni clandestine e gravidanze involontarie) punteggia buona parte della sceneggiatura. Più o meno ironico, lungo tutto il serial, si srotola un filone dedicato alle maledizioni, ai riti “new age” per redimersi dal passato e per intercettare le energie sessuali; alle profezie (il finale del romanzo di Noah, in effetti, viene scritto come un finale di fantasia, ma la sua dolce Madame Bovary finirà, nella vita, come è finita tra le sue pagine).
Ed è curiosissimo come il più volte citato Henry Miller (riferimenti espliciti allo scrittore, anche tra le battute dei personaggi di The Affair) sembri divertirsi a cambiare ruolo e pelle, sotto le spoglie di personaggi diversi. A un certo punto, nella quarta stagione, si compone un tragicomico triangolo, per esempio. Helen, ex moglie di Noah (che non ha mai smesso di amarlo) si è risposata col bellissimo chirurgo di origini indiane Vic Ullah. Ma passano gli anni (pochi) e il povero Vic si ammala di un tumore incurabile. Vive in California, adesso, con la moglie Helen: il suo ultimo desiderio, di malato terminale sposato con chi è già madre di quattro figli (e sta serenamente entrando in menopausa), avere un figlio da lei. Una goccia di vita che resti in questo mondo, col suo sangue nelle vene, anche se lui non ci sarà. Ebbene, Vic lo concepisce un bambino. Ma con Sierra, la graziosa e squinternata ventinovenne che abita di fronte casa sua. Una notte di lacrime, confidenze, tenerezza, sesso senza freni. E Sierra è incinta. Ma – fatto quanto mai imprevedibile, per chi conosce Helen – è che questa piccola odalisca riuscirà ad avere un’esperienza saffica proprio con la granitica moglie di Vic. Amore carnale, quindi, con ciascuno dei due coniugi. Non era quello che succedeva ad Anaïs Nin, principessa della narrativa erotica negli anni ’30 del secolo scorso, con Henry Miller e sua moglie June? Sierra come Anaïs (impressionante la somiglianza fisica di Emily Browning, l’attrice che la interpreta, con il volto della Nin): musa, pulsione vitale inaspettata, sessualità che colpisce come un fulmine un clima familiare apparentemente perfetto. E intimamente denso di morte. Solo che Vic, a dirla tutta, di Henry Miller ha solo l’effimero ruolo di chi indossa (e si slaccia) i pantaloni. Vic, il medico poco passionale, affascinante, forse pure irresistibile, ma mai amato abbastanza, è più il dottor Urbino che sposa la protagonista de L’amore ai tempi del colera. Non solo per il camice bianco che allieta e rassicura la Fermina Daza di Gabriel García Márquez (sì, ancora lui): ma perché, come lui, è di passaggio, nella vita di una donna che continua ad aspettare, più o meno consciamente, chi nella sua vita ha amato per la prima volta. E infatti. Con chi si ritrova a parlare di morte, vita e amore, proprio Helen mentre Vic sta morendo? Col suo ex marito, Noah. “Non ho mai amato lui quanto ho amato te,” gli confessa, limpida come il cinismo di una bambina. Per la prima volta bambina.
Ispanoamericano è anche l’omaggio che Louisa, la seconda moglie di Cole Lockart, sospira triste in un letto coniugale dal quale presto, sul finale della quarta stagione, sarà costretta ad allontanarsi. È un verso di Pablo Neruda, e sembra correre, palpitare fortissimo per tutto l’intreccio di The Affair: “Se nulla può salvarci dalla morte, che almeno l’amore ci salvi dalla vita.”
simoprato1
simoprato2
Volendo alleggerire l’atmosfera, però, due foto di questo pomeriggio uggioso.
Breve descrizione del backstage:
“Mi raccomando, eh. Scatta quando sono in aria, in alto. Non quando ‘faccio per’ saltare ma sono a terra. E sopratutto, cerca di non scattare quando le espressioni della mia faccia sono orribili.” Visto? Basta chiedere… 🤣🤣🤣

La mia pagina di oggi su Il Giornale

Pubblicato il aprile 6, 2019

*In cima alla pagina, le immagini di lampioni, strade e pezzi di una piccola città LETTERALMENTE all’asta. A questo sta arrivando la sofferenza finanziaria, lo spopolamento di paesini ricchi di storia e bellezza.
LA MIA PAGINA DI OGGI SU IL GIORNALE. «Tre casettine dai tetti aguzzi, un verde praticello, un esiguo ruscello». Così, bambini di un tempo, a scuola, coi versi di Aldo Palazzeschi, imparavamo a identificare paesini e piccoli borghi popolati da poche centinaia di abitanti: quello dei nostri nonni, quello della villeggiatura. Quello in cui vivevamo noi stessi. Ma quel che è più «esiguo» – per dirla ancora con quei versi – nei piccoli paesi d’Italia del 2019, sono le risorse finanziarie, legate allo spopolamento sempre più vertiginoso. Esino Lario è un piccolo comune in provincia di Lecco; un presepe vivente costretto, in questi giorni, a vendere pezzi della sua storia e del suo nucleo a tariffe stracciate. 👇✍️

trecasettinegiornale