La Corrispondenza di Giuseppe Tornatore: l’egoismo dell’eternità.

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Simonetta Caminiti

 La cosa sempre graziosa dei film di Tornatore è che la loro “scintilla”, la trama ridotta all’osso, quella che immaginiamo esser stata il frammento da cui tutto si è poi sviluppato, è quasi sempre una ispiratissima e luminosa “lacrima”. Una lacrima di tenerezza, sincera e intensa. Un sentimento autentico e raro di poesia. La controindicazione, d’altra parte, è che poi il cineasta premio Oscar tende ad architettarci sopra sceneggiature poco verosimili, ampollose, cervellotiche, fiumi di noia. E se questo genere di critiche è già stato già mosso a un piccolo gioiello come La migliore offerta, figuriamoci cosa può succedere con un film deludente come La Corrispondenza.

Ed (Jeremy Irons) e Amy (Olga Kurylenko) sono una coppia di innamorati costretta a vivere nei ritagli del tempo e dello spazio: professore di astrofisica di mezza età, sposato e padre di famiglia lui, studentessa fuori corso (di astrofisica) lei. Anzi: mentre studia le stelle all’università, Amy svolge, nel mondo del cinema, la professione di stunt (controfigura) nelle scene ad alto rischio della pelle: simula impiccagioni penzolando con la corda al collo, salta da altezze vertiginose, si ribalta con l’automobile in una scarpata. La sua passione è scoprirsi ancora viva dopo aver sfiorato il trapasso. Ma la vita ha in serbo una sorpresa terribile per lei: il suo grande amore, Ed, viene a mancare in un giorno di metà gennaio. Lei stessa lo scopre nel corso di una conferenza in cui i colleghi accademici danno la notizia e chiedono al pubblico un minuto di silenzio per commemorare il professore. Strano, però: Amy continua a ricevere lettere, cd-rom contenenti videomessaggi di Ed, email, dall’uomo che tanto ama. Un messaggio tira l’altro, come in una caccia al tesoro che porta Amy nei luoghi della loro storia d’amore, le porge in mano regali dal significato prezioso, le spiega piccole-grandi cose che in vita non le aveva mai detto. Si tratta di un fantasma, o il professore ha messo in piedi un congegno di relazioni umane e tecnologia tali da garantire, passo passo, questa lunghissima – un po’ logorante – mappa di ricordi e sorprese?

Giuseppe Tornatore cavalca un tema che sempre gli è stato caro: l’assenza che si fa presenza nella vita di chi resta e spera, la memoria, l’attesa. Stavolta, purtroppo, la “presenza”, resa possibile dai miracoli della tecnologia e dell’amore, è una kermesse lugubre, imbastita di dialoghi artificiosi e banali: una lunga e angosciante dipendenza “platonicamente necrofila”. Inoltre, tutto si può dire, di un uomo che decide di abitare il computer, il telefono, le giornate della sua giovane amata dopo essere morto, tranne che ne sia veramente innamorato e che la sua sia una scelta puntata alla felicità della giovane donna. Non sembra più una forma di narcisismo e possesso addirittura un po’ sadica? Marguerite Yourcenar, nel suo bellissimo romanzo Alexis, ci faceva riflettere su quanto gli addii protratti da baci e carezze siano un fenomeno di egoismo: il compiacimento di essere rimpianti quanto più possibile, quando la nostra assenza stroncherà quelle tenerezze, quella fisicità. La Corrispondenza è un esercizio lungo quasi due ore di ciò che Yourcenar denunciava un secolo fa. Amy, la protagonista del film di Tornatore, si presta masochisticamente, con rabbia e malinconia, a questa schiavitù quotidiana che la costringe per tutto il film a una dura maschera di dolore, un’espressione eterna, una solitudine insana. Per non parlare del thriller nel quale a un certo punto sfocia la sceneggiatura, chiedendo allo spettatore cosa possa fare la ragazza (con la tecnologia, con la forza del pensiero, coi viaggi sui luoghi della memoria?) per ristabilire un contatto con Ed.

Spunti interessanti e fantasiosi, spunti che potevano scucire il capolavoro a Giuseppe Tornatore, come sempre, non mancano. Lo studio dello Spazio celeste, delle leggi che regolano la vita e la morte delle stelle, le loro epifanie post-mortem, le loro forme qualche volta così simili al dolore che ammala e uccide gli esseri umani (Ed è stato colpito da un tumore chiamato “astrocitoma”, la cui sagoma richiama la nebulosa del Granchio). Se solo non fosse stato così logorroico, forse Ed avrebbe suscitato un po’ di empatia, al di là delle sue debolezze egocentriche e della inverosimiglianza delle sue azioni. Purtroppo, invece, non funziona. E così Amy, la ragazza capace di rischiare la pelle che sta espiando, con quel suo mestiere pericoloso, un trauma e un senso di colpa sepolti nel suo passato: è un peccato che il suo personaggio sia tanto stereotipico, tanto poco capace di sorprese che restano attese fino alla fino alla fine.

Tornatore inciampa in una ingenuità che lui stesso suggerisce. A un certo punto, Amy posa per un calco dal quale uno scultore ricaverà una bellissima statua, un nudo femminile identico al volto e al corpo di Amy. Ma la ragazza, mentre rischia di soffocare sotto il gesso, comincia a piangere silenziosamente. Dapprima innervosito, perché il calco del viso ne è stato compromesso, lo scultore deciderà di conservare la forma imperfetta che quel dolore, un dolore profondo e imprevedibile, ha segnato sul viso di Amy, e che è rimasto impresso nel calco di gesso. Ecco: Giuseppe Tornatore sarebbe in grado (come lo è stato con Nuovo Cinema Paradiso, La Sconosciuta, La migliore offerta) di quello stesso splendore, la bellezza luminosa dell’imperfezione. La sua corsa algida verso la magnificenza estetica, il capolavoro d’ingegneria, il sentimento che trova mezzi surreali per farsi eterno, ma riesce solo a farsi terribilmente noioso, tradiscono invece le ottime intenzioni.

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